Giocare la finale a Roma non è una buona scelta in termini di ordine pubblico

L’Olimpico come lo stadio Wembley di Londra. Se la coppa Italia così come è configurata oggi ha un po’ di cose che non vanno (78 partecipanti totali, ma tabellone a sfida unica in casa della più forte, andata e ritorno solo per le semifinali, prime otto della serie A che subentrano direttamente agli ottavi) è dimostrato dall’assoluta mancanza di sorprese che il torneo ha offerto negli ultimi anni e dalle plurime finali Roma-Inter.
A confermare l’impressione c’è lo scarso appeal che il torneo ha sul pubblico. I 25mila di Napoli-Cesena furono salutati come un bagno di folla. Ma l’Olimpico di Roma come teatro della finalissima è una delle criticità principali, e quest’anno, alla quinta edizione consecutiva con questa formula, i nodi potrebbero venire al pettine.

In primis c’è da affermare categoricamente che l’Olimpico non è Wembley. In Inghilterra lo storico stadio da poco ricostruito è un vero campo neutro, perché non collegato a nessun club: è l’arena della nazionale e delle finalissime di tutte le competizioni inglesi. l’Olimpico, invece, è lo stadio di Lazio e Roma. Che, per inciso, da quando c’è la finale unica ne sono state protagoniste tre volte su quattro.

Ma non è tutto. Fin qui siamo ai problemi di un torneo che, impoverito dalla scomparsa della Coppa delle Coppe e schiacciato dal peso della Champions, è costruito su due binari: non aggravare il carico delle squadre che partecipano alle competizioni continentali e puntare a produrre tre o quattro partite dal certo fascino televisivo.

La finale Napoli – Juventus pone in evidenza, però, dei problemi nuovi della finale unica nello stadio capitolino. Innanzitutto la promiscuità: sia sulla piazza bianconera che su quella azzurra tutti gli elementi portano a immaginare la caccia al biglietto e l’invasione di Roma. Tifoserie tra le più nutrite e distribuite in tutto il Paese, affamate di risultati e, soprattutto, divise da una forte, mai celata e storica rivalità, si divideranno l’Olimpico e condivideranno le tribune.

Praticamente un derby, e sappiamo i derby di Roma spesso in che clima si giocano.

Poi c’è la variabile gruppi organizzati. Non è ufficiale, ma Carlo Longhi, componente del Casms, in un’intervista radiofonica ha detto che la prevendita dei biglietti potrebbe essere limitata ai possessori della tessera del tifoso. La scelta, che non ha precedenti, servirebbe a escludere gli ultras dagli spalti. Ovvero ad estendere alla Coppa Italia quella che è stata la ricetta applicata al campionato: proibire la trasferta alle frange estreme del tifo. Ma sarebbe sensato proibire la trasferta in quella che, sulla carta, è un partita in campo neutro? Cioè: si può accettare di buon grado una cosa del genere, in occasione di una finale, solo perché la partita si deve giocare a Roma?

Qualora non fosse limitata la vendita di biglietti, d’altro canto, è lecito chiedersi quale sarebbe la condotta dei gruppi organizzati di ambo le sponde dopo anni di lontananza imposti dai decreti Amato e Pisanu. Per di più in un contesto come l’Olimpico. Cioè ricordando, con una proiezione di quelle che fanno gli uffici strategici di Cia e Pentagono, che bisogna considerare l’eventuale comportamento che decideranno di avere gruppi romanisti e laziali in vista dell’arrivo in città di napoletani e juventini. Una possibile polveriera.

Insomma, se qualcuno pensava che l’Olimpico potesse diventare “lo stadio d’Italia”, la risposta è no, non funziona. E, più in generale, concentrare su Roma due tifoserie può rivelarsi una scelta poi difficile da gestire in termini di ordine pubblico.
Roberto Procaccini

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