Breve elogio del catenaccio (e qualche similitudine col Napoli di Mazzarri)

Leggendo qui e lì i deliziosi amarcord di Mimmo Carratelli mi sono fatto tentare anche io. Pur non avendo la sua penna. Ed ho pensato al calcio ed ai suoi miti della mia infanzia. A volte dimenticati. Talvolta bistrattati. Tra questi il mitico catenaccio. 

Che cosa era il catenaccio? I più giovani non lo sanno. E forse vale la pena di ricordarlo. Anche perché questa espressione è oggi ingiustamente utilizzata soltanto in senso dispregiativo.

Il catenaccio era una semplice idea di gioco. Togliere un attaccante ed aggiungere un difensore. Il quale era libero da marcature. Il libero, appunto. Giocava dietro tutti i difensori. Ed andava a chiudere i varchi in soccorso a un qualunque difensore fosse saltato da un avversario. In Italia questo modulo, che era nato in Svizzera, si affermò a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. Il suo epigono fu Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo che io ricordi. Il suo primo interprete Nereo Rocco, allenatore di successo. Gianni Brera addirittura ne faceva un problema antropologico. A suo modo di vedere le cose i calciatori italiani non avevano la struttura fisica per competere con squadre di altri paesi. Niente gioco offensivo dunque per lui. Ma astuzia, intelligenza, tatticismo. E il catenaccio portava in sé una sintesi di queste caratteristiche. E i risultati invero vennero. In particolare a livello di squadre di club. Ma anche con la nazionale. Che vinse con questo modulo un europeo nel 1968. Disputò la finale mondiale nel 1970. Perdendola contro un grande Brasile. E addirittura vinse il mondiale del 1982 in Spagna.

Un grande interprete, forse il più grande, del catenaccio fu Helenio Herrera. Allenatore argentino dell’Inter di Moratti (padre). Giocava con quattro marcatori. Dietro il libero. E davanti alla difesa un regista anche lui arretratissimo. La squadra giocava chiusa come un riccio. Senza mai prendere goal. Anche per ottantanove minuti. Poi il regista (che si chiamava Suarez) apriva il gioco, magari su una palla vagante. E come una fionda i velocissimi contropiedisti andavano in rete.

Quella squadra sublime, che applicò alla perfezione il catenaccio, vinse tre scudetti, arrivò tre volte seconda, vinse due coppe dei Campioni, e due coppe intercontinentali.

Ma chi lo ha detto che quello non era un grande spettacolo? Ho visto azioni fulminati sull’asse Suarez-Jair-Mazzola di bellezza irripetibile. Ma chi lo ha detto che il catenaccio necessariamente non produceva spettacolo? Forse sono più spettacolari alcune partite di oggi in cui una squadra che vince tre a zero continua ad attaccare come in preda alla schizofrenia ? Lascia spazi agli avversari. E si ritrova con un tre a tre. E’ chiaro che lo spettacolo lo fanno gli interpreti. E quelli della grande Inter o dell’Italia di Bearzot erano interpreti fenomenali. E’ chiaro che il catenaccio di alcune provinciali annoiava e deprimeva gli spettatori.

Ma se Fronte del porto invece che da Marlon Brando fosse stato interpretato da me avremmo avuto un grande film? E se invece di Pavarotti il Vincerò lo lanciasse un neomelodico proveremmo la stessa emozione?

Oggi sono ovviamente cambiati tempi ed esigenze. I preparatori atletici mettono tutte le squadre sullo stesso piano dal punto di vista fisico. E, cosa determinante, la vittoria vale tre punti. Così il catenaccio, che con frasario ruspante si fondava sul “primo non prenderle”, è andato giustamente in soffitta. Ma Natura non facit saltus. Ed a pensarci bene alcune delle idee che ispiravano i grandi protagonisti del catenaccio sono presenti ancora oggi. Anche nel Napoli di Mazzarri.

La grande Inter andava in campo determinata a vincere le partite. Mica per pareggiarle o per perderle. Per vincere doveva fare goal. Per fare goal usava l’arma vincente del contropiede atomico.

E sostanzialmente vinceva e segnava soltanto così.

Ma, pensiamoci bene, il Napoli di oggi che cosa fa? Come vince le partite? Con le ripartenze, si suole dire. Perché anche il linguaggio va in cassa integrazione. E il termine contropiede non fa fino. E il gioco sulle fasce cui la squadra di Mazzarri ricorre con tanta insistenza non è forse erede, mutatis mutandis,del terzino fluidificante che nella grande Inter era Giacinto Facchetti? E le laceranti fughe di Lavezzi non ricordano quelle di Jair? Ciò per dire che il vecchio caro catenaccio è si finito in qualche polverosa soffitta ma ci ha lasciato alcuni insegnamenti preziosi.

Guido Trombetti (tratto dal Roma)

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