A Milano ho visto una maglia del Pocho stesa a un balcone e mi sono sentito emigrante

Milano è sempre Milano, non c’è niente da fare. A Roma sei emigrante sì, ma fino a un certo punto. A Milano sei emigrante, anche se ci vai poche ore per una riunione. E così ti può capitare di ritrovarti a mezzanotte a Porta Venezia, fuori al ristorante Lucca, in via Castaldi, e mentre conversi di link, social, inchieste e cose varie, alzi la testa e noti al primo piano una maglietta azzurra messa ad asciugare. Chiedo un attimo scusa al mio interlocutore e cerco gli occhiali, vista la mia miopia. Li inforco e mi illumino d’immenso. Avevo visto bene. È una maglia azzurra numero 7 con la scritta Lavezzi. La luce all’interno della casa era accesa. Lo ammetto, non ho resistito e davanti al cda de Linkiesta ho cominciato a gridare quel coro che allo stadio non canto mai perché lo ritengo blasfemo: “Olè Olè Olè Olè, Pocho Pocho”. Una volta, e mi fermo. Tempo trenta secondi e una testa fa capolino. Io alzo il braccio destro per farmi riconoscere e lui ricambia. Lo ammetto, è stato bello.
Massimiliano Gallo

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