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Linus: “Ho fatto l’operaio, mi ha insegnato tanto. La noia è la madre della creatività, il digitale la sta spegnendo”

Intervista al Giornale: “Il livello della cultura di base è imbarazzante, l’analfabetismo di ritorno è impressionante. La tecnologia invece di portarci nel futuro ci sta riportando nel passato”

Linus: “Ho fatto l’operaio, mi ha insegnato tanto. La noia è la madre della creatività, il digitale la sta spegnendo”

Sul Giornale una lunga e bella intervista a Linus, al secolo Pasquale Di Molfetta, storica voce e direttore di Radio Deejay, fresco di firma di una autobiografia edita da Mondadori.

Racconta i suoi esordi, che deve ad un suo vecchio compagno di classe. E’ stato lui ad introdurlo al mondo dell’etere.

«Silvio, un mio compagno di classe di quinta superiore. Per un po’ ha fatto radio anche lui poi si è buttato sulla gastronomia e ha aperto un ristorante. Avevamo 19 anni».

La prima radio fu Radio Hinterland Milano 2, che andava in onda dall’ultimo piano di un albergo alla periferia di Milano. Descrive quei tempi.

«Un mondo molto naif, con le scatole di uova a insonorizzare le pareti e il segnale che spariva appena giravi l’angolo della via. Eravamo tutti dilettanti allo sbaraglio, ma era anche la sua magia. Somigliavano un po’ a noi i nerds che una ventina di anni fa cominciavano a smanettare con il web».

Linus parla con rammarico del fatto che in radio non esiste ricambio generazionale.

«Non ci sono Linus di domani. Non c’è ricambio generazionale e la cosa è molto deprimente. Perché la radio non è un business in declino, anzi: oggi è ovunque, negli smartphone, sui pc, piace e vende. Ma i ragazzi vedono forse strade più semplici per arrivare al successo. E per ascoltare musica basta Spotify».

A Radio Deejay entrò a 25 anni. Prima, racconta,

«Ho fatto l’operaio per due anni. Colpa delle bocciature rimediate a scuola per amore della radio. Erano giornate massacranti: otto ore in fabbrica, la scuola di sera e la radio prima di andare a dormire. Due anni duri, però avevo diciott’anni. Non dimentico la frustrazione del doversi vestire tutti uguali, la desolazione dei capannoni e delle officine, il cartellino da timbrare. Ma quegli anni mi hanno insegnato la puntualità, la consapevolezza che il lavoro è un’altra cosa, il rispetto per chi si guadagna duramente da vivere. E l’importanza di avere sogni nella vita che possano cambiare tutto».

La radio per lui fu quasi un ripiego, confessa. Avrebbe voluto fare altro.

«Il mio sogno era disegnare. A scuola facevo ritratti, macchine da corsa, qualunque cosa. Era quella la cosa che sapevo fare meglio di tutte, ma non sapevo a chi rivolgermi e lasciai perdere. La radio fu quasi un ripiego. Come oggi andare a correre o in bici: un’attività parallela che facevo come valvola di sfogo».

Racconta anche il rapporto con i genitori: sua madre credeva moltissimo in lui.

«Mia madre Maria moltissimo. A un certo punto mi elesse suo vice marito. Michele, mio padre era una persona umile: faceva l’artigiano, costruiva cornici che vendeva porta a porta. Vendeva quello che serviva di giorno in giorno, a volte anche niente, però era un uomo con la testa un po’ sulle nuvole, per niente concreto. E allora a quattordici anni mamma dava a me per esempio la responsabilità dei lavoretti di casa. Una cosa che mi ha fatto crescere molto».

Gli chiedono come è arrivato dove è arrivato. La risposta è bellissima.

«Per tante piccole opportunità che si sono messe in fila, per tante piccole sliding doors».

E ne racconta una.

«I miei genitori erano di Canosa di Puglia, ma per lavoro si trasferirono a Perugia dove siamo nati io e mia sorella e dove abbiamo vissuto per dieci anni prima di traslocare a Milano. Mia madre ha passato il resto della sua vita a rimpiangere gli anni perugini, più di quelli della sua infanzia. Era un posto dove s’era sentita voluta bene, in una città che amava. Ma certo se fossimo rimasti là, io oggi non sarei qua».

Linus parla di come si è trasformato il mondo.

«Per me da piccolo il Duemila erano le macchine che volavano e le pillole al posto del cibo. Quello che ci sta cambiando invece è molto più subdolo: il mondo del digitale ci sta impoverendo, il livello della cultura di base è imbarazzante, l’analfabetismo di ritorno è impressionante. La tecnologia invece di portarci nel futuro ci sta riportando nel passato».

E parla dell’importanza della noia. Nel suo libro la definisce un carburante.

«La noia è la madre della creatività. Purtroppo il mondo digitale la sta spegnendo. Ho solo Instagram. Twitter è troppo hard, mai avuto Facebook perché non ho mai apprezzato quel tipo di mondo. La radio è mille volte meglio di qualunque social».

Sono tanti gli ospiti che ha avuto in radio. Dice che il più divertente è stato Robin Williams, mentre il più irritante è stato Kevin Durant.

«Uno dei migliori giocatori di basket del mondo. Ha dormito in diretta per mezz’ora rispondendo a monosillabi. O il rapper 50 Cent: aveva l’aria di uno trascinato di forza davanti al microfono».

Il vip di cui è più amico? Vasco Rossi.

«Con Vasco Rossi c’è un rapporto molto affettuoso. Ci conosciamo da 40 anni anche se ci vediamo una volta all’anno. Siamo sempre felici di ritrovarci e di volerci bene».

Linus dà un giudizio tranchant sulla musica: è finita negli anni Novanta.

«Oggi c’è la ricerca più della forma che della sostanza. Non ci sono più gli autori pazzeschi dei testi che c’erano negli anni Sessanta e Settanta. Si punta tutto sulla confezione, sulla brevità, le canzoni devono durare due minuti e mezzo, altrimenti il ragazzino si annoia. Non c’è l’album, si fanno singoli e poi singoli, come ai tempi di Celentano che solo dopo averne fatti uscire un po’ li radunava in un album».

 

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