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Hubner: «Quando Vieri si fece male prima di Inghilterra-Italia, pensavo Trapattoni mi chiamasse»

Alla Stampa: «Facevo il fabbro serramentista. Allenare nelle categorie dilettantistiche significa far giocare il figlio dello sponsor o il cugino del ds»

Hubner: «Quando Vieri si fece male prima di Inghilterra-Italia, pensavo Trapattoni mi chiamasse»

La Stampa intervista Dario Hubner. Una carriera iniziata tardi. Arriva tra i professionisti quando ha già 30 anni, prima una carriera passata nelle serie minori. Tuttavia Hubner ha avuto comunque le sue soddisfazioni, come giocare al fianco di Roberto Baggio.

Hubner: «Facevo il fabbro serramentista»

Dai 16 ai 20 anni in Prima Categoria.
«Mi allenavo la sera, finito il lavoro. Avevo lasciato la scuola dopo le medie e facevo il fabbro serramentista. Per qualche mese avevo provato in panetteria: mi piaceva, ma avevo orari sballati. Il calcio rimase un hobby finché Zambianchi, ds del Treviso, in C2, non mi vide in un torneo e parlò con Apostoli, un muggesano che aveva giocato con lui a Udine. Mi proposero di andare in ritiro e accettai, ma lasciai la fabbrica con la promessa di riavere il posto se fosse andata male».

Cesena aprì le porte della B.
«Ho ricordi bellissimi, il presidente Lugaresi è stato un secondo papà. Per la prima volta mi sentii calciatore: squadre blasonate, più spettatori, il nome sui giornali. Nel 1995-’96 diventati capocannoniere, ci ero già riuscito al Fano in C1».

A 30 anni la serie A…
«Ero triste per la retrocessione del Cesena, la chiamata del Brescia mi consolò. Debuttai a San Siro contro l’Inter nella prima partita di Ronaldo, 85 mila persone allo stadio non le avevo mai viste. Segnai anche, su assist di Pirlo: se qualcuno, ai tempi della Muggesana, me l’avesse predetto l’avrei preso per matto».

A Brescia giocò con Baggio:
«Ragazzo squisito, mai un atteggiamento da primadonna. A molti di noi non sembrava vero condividerci lo spogliatoio, ma si mise alla nostra altezza e anzi si arrabbiava se gli riservavamo qualche riguardo. Segnammo insieme tanti gol e andavamo d’accordo, ma gli era più consono un centravanti boa, abile nelle sponde, mentre io cercavo la profondità».

La chiamavano Tatanka…
«Per la forza fisica e perché correvo ingobbito. All’inizio era Bisonte, in italiano, così mi battezzarono i tifosi del Cesena, poi il film Balla coi lupi suggerì la traduzione in lingua Sioux».

Ultima stagione in Serie A…
«Avevo 38 anni, volevo tornare a giocare solo per divertirmi, invece mi chiamò il Mantova in C1. Salimmo in B e lasciai i professionisti, ma sono andato avanti nei dilettanti fino a 43 anni e poi negli amatori, facendo anche il portiere. Come da ragazzo a pallamano o come quella volta in casa Juve,
quando fu espulso Cervone».

La Nazionale è un rimpianto?
«Non posso averne: se penso che a 20 anni ero in Prima Categoria, devo solo ringraziare il calcio. Ed è bellissimo sentire ancora l’affetto della gente. Certo, in una convocazione ho sperato. Quando Vieri si fece male prima di Inghilterra-Italia, sembrava davvero che Trapattoni chiamasse me, invece aggregò Maccarone dall’Under21».

Hubner aveva iniziato ad allenare…
«Ho smesso perché non è il mio calcio. Nelle categorie dilettantistiche capita di dover scendere a compromessi, di dover far giocare il figlio dello sponsor o il cugino del direttore sportivo: un mio amico sostiene che a quei livelli, a volte, non alleni, ma fai il commercialista».

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