Un macedone a Berlino mi racconta che Napoli gli ha salvato la vita

In una rosticceria, un uomo mi spiega come una famiglia di napoletani gli consentì di essere curato. Oggi tifa Napoli

Un macedone a Berlino mi racconta che Napoli gli ha salvato la vita
Nino Manfredi in “Napoli-Berlino un taxi nella notte” di Mika Kaurismaki

Un trancio di pizza

Una uggiosa domenica pomeriggio metto piede in una piccola rosticceria di Berlino e chiedo un trancio di pizza e una coca. Sto quasi per addentare il primo spicchio quando mi si avvicina uno degli addetti alla cucina: dal mio accento ha capito che sono italiano e mi chiede da che città io provenga, esattamente. Sono un po’ colpito dalla curiosità ma senza esitazioni rispondo che sono di Napoli. L’uomo è quasi colpito da un brivido che lo attraversa, lo scuote visibilmente e lo commuove. “Proprio da Napoli!” dice in un italiano un po’ stentato. Mi racconta, come fossi d’improvviso un suo antico amico, che deve tutto ai napoletani, proprio a loro, né ai calabresi né ai milanesi, a loro, a quella famiglia di napoletani che, venticinque anni fa, quando era un clandestino piovuto dalla Macedonia nella capitale tedesca senza uno straccio di documento, gli aveva prestato una carta assicurativa per entrare in un ospedale tedesco e ricevere cure. Una carta contraffatta, ovviamente, con la quale lui, immigrato irregolare e lavoratore a nero, poté curarsi.

Io rimango ad osservarlo in silenzio, credo di aver sorriso, gli stringo la mano, quella di uno sconosciuto che mi ha servito la pizza straniera e mi ha ringraziato per un illecito che gli ha salvato la vita, un espediente brillante, un aggiramento della legge che trovo così nobile ed enorme da rendere persino me – il vero straniero di questa vicenda e della rosticceria dove siedo, che diventa per un attimo centro del mondo – un uomo orgoglioso, anche io riconoscente per quel badge falso.

Da allora tifa solo Napoli

Mi dice che da allora tifa solo Napoli. Che non c’è altro. Penso alla mano dell’Azteca, quella mano illegale eppure così giusta deve essere stata la medesima, fraterna e sapiente, ad aver confezionato questo falso d’artista, il contropaccotto necessario quando orecchie e cuori sono induriti dalla noia.

Penso all’Europa, che amo e che è abitata da centinaia di milioni di turisti – il turismo, questa sottile piaga del nostro secolo, la pratica che ha reso la morbosità dei sedentari un valore a scapito del viaggio. In Europa non si viaggia, si visita. La difficoltà quasi insuperabile di sentirsi uno straniero è andata via via svanendo nelle sale d’attesa dei tour operator, nelle valanghe volgari dei low cost last minute all inclusive, mentre l’amore scocca solo dove c’è bisogno, dove esiste la necessità di stringersi ad un prossimo ignoto e regalargli il passi per un ospedale cui non ha diritto per la legge sovranista ma che gli spetta in senso assoluto ed inalienabile per l’unica legge che chi viaggia (e non visita) conosce, ossia il lavoro, di qualunque colore.

Mangio la mia pizza. Con melanzane e pomodori secchi. Un abominio contro la tradizione. L’uomo mi ringrazia e scompare. Sa che martedì c’è la coppa. Lui è macedone e ci crede. Non dimentica, non può dimenticare mai l’uomo cui è stato dato amore con gratuità ed inganno, sotto il sole messicano o nella neve di Berlino. Io mangio e penso che, se esiste, Napoli, per me, è questo.

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