Solo in Italia resiste il regista tecnico, altrove è più Diawara che Hamsik

Il concetto del playmaker del gioco lungo e corto, è in fase di evoluzione: il regista moderno è un calciatore più fisico, la creatività è delle mezzali.

Solo in Italia resiste il regista tecnico, altrove è più Diawara che Hamsik

La conversione di Hamsik

Noi del Napolista siamo stati tra i primi a parlare di Hamsik regista, mediano davanti alla difesa, nello slot che fu di Andrea Pirlo. Una suggestione diventata realtà, e già analizzata diverse volte in queste amichevoli stagionali. In questo momento, il giudizio è sospeso: da una parte c’è la certezza che il gioco del Napoli aumenti di qualità con Hamsik in fase di costruzione, dall’altra c’è la sensazione di una squadra più scoperta, con meno filtro, quando lo slovacco gioca nel ruolo di centrale della linea mediana a tre.

Partendo da questo punto, non ci rimangiamo certo la nostra idea iniziale: Hamsik non è stato ceduto per tanti motivi, primo tra tutti quello economico; allora, si è deciso di lavorare sul suo adattamento al nuovo ruolo, un’ipotesi tattica suggestiva e potenzialmente funzionale, soprattutto quando gli avversari concedono pochi spazi e c’è bisogno di giocate avanzate, nel senso di superiori. Lo scrivevamo anche a maggio, subito dopo l’ufficializzazione di Ancelotti come nuovo tecnico del Napoli:

In questa differenza, potrebbe esserci anche la distanza tra il calcio di Sarri e quello di Ancelotti. Con una squadra meno intensa nel possesso palla, più riflessiva nella costruzione del gioco, Hamsik potrebbe diversificare le giocate in appoggio. Mancherebbero i tempi per dettare la manovra, forse anche gli spazi che rendono agevole la giocata, ma tutto potrebbe essere compensato dalla pulizia del passaggio, anzi del menu di passaggi. Un passaggio lungo, uno corto. Uno ad aprire il campo sulla fascia, uno a premiare l’inserimento nella traccia centrale del compagno. Tutto con i tempi giusti, con la giusta misura. Del resto, Marek sa giocare a calcio.

Con Pirlo e al Milan, l’esperimento di Ancelotti andò decisamente bene, fu una reinterpretazione (perché anche Mazzone provò Pirlo davanti alla difesa) ma cambiò la vita di un calciatore, del club rossonero, anche un po’ del calcio italiano.

La creatività nelle mezzali

Nel frattempo, però, il calcio si è evoluto. È cambiato il modo di intendere il ruolo di regista, che resta tecniconon dinamico solamente nel nostro campionato. Pjanic, De Rossi, Biglia. Altrove, il centromediano è un calciatore prettamente fisico, con qualità basiche di passaggio e grande impatto atletico: Busquets nel Barcellona, Casemiro nel Real Madrid, Fernandinho nel Manchester City, ieri sera il Bayern Monaco ha battuto il Francoforte per 5-0 schierando Javi Martinez davanti alla difesa. Lo stesso Ancelotti, a Madrid, trovò la chiave di volta con Xabi Alonso come pivote con Modric e Di Maria interni di movimento e possesso.

Ecco, appunto: il calcio moderno (Jorginho a parte, ma il gioco di Sarri ha tutto un altro sviluppo) vive sull’idea del centrocampista centrale di buona qualità, capace di giocare il pallone sul corto e sul lungo, ma anche capace di assicurare interdizione e letture difensive del gioco. La fase di creatività pura, più che al centrale della linea a tre, è demandata alle due mezzali. Cosa che, tra l’altro, avveniva anche nel Napoli di Sarri: Jorginho, più che un inventore di gioco, era un hub da cui e per cui far transitare il pallone prima di azionare i calciatori con maggiore proprietà tecnica (lo stesso Hamsik, Zielinski, Insigne e Mertens).

È un adattamento alla qualità, anche se può sembrare paradossale: il centrale di centrocampo di tipo fisico assicura equilibrio, permette alla squadra di sostenere due mezzali con poche attribuzioni difensive, o meglio con maggiore propensione alla fase offensiva. Si perde qualcosa dal punto di vista puramente tecnico in una zona del campo per aumentarla in altri spazi. Un gioco di contrappesi che il Napoli ha in qualche modo posposto alla ricerca di una nuova dimensione per Hamsik.

Diawara

Come detto, è una prerogativa del nostro calcio. Lodevole per l’intezione di fondo – l’aumento della cifra tecnica -, ma da verificare rispetto al contesto storico-tattico. Prima ci siamo limitati ai top club internazionali, ma in realtà anche la Francia (ai Mondiali con Pogba in mezzo a Kanté e Matuidi), il Liverpool (senza regista puro), il Psg (ieri in campo con Diarra nello slot di centromediano), il Tottenham e l’Atletico Madrid (che giocano con due cursori) optano per una scelta differente. Differente dalle nostre squadre, forse ancora influenzate dall’impatto di Pirlo, dall’idea del “numero 5 come nuovo numero 10”.

In realtà, il calcio vive un cambiamento del playmaking, quindi dei playmaker. Il Napoli ha deciso di provare la strada più rischiosa, ma in realtà ha già la soluzione in casa: si chiama Amadou Diawara. Il guineano ha la stazza fisica e la qualità per interpretare il ruolo secondo caratteristiche più europee. Più tosto in fase di non possesso, più attento alla chiusura delle linee di passaggio, però anche dotato della personalità giusta per gestire il pallone e alternare il gioco corto e il gioco lungo. Più il dinamismo, che ormai rappresenta una caratteristica fondamentale (la mancanza di corsa ha reso anacronistico Pirlo, e ha fatto sembrare inadeguato questo Hamsik).

Diawara ha un buon piede

Ecco, la nostra sensazione (confermata anche dalla prova col Dortmund) è che Diawara, in questo momento, sia l’uomo più indicato per sostenere il centrocampo tecnico e liquido con Zielinski e Fabian Ruiz. Soprattutto in partite più impegnative, in cui per esempio potrebbe essere utile anche il contributo di Allan (in una definizione più fisica della linea mediana). Ancelotti ha deciso di provare Hamsik, dovrà insistere in questo suo esperimento. In ogni caso, potrà verificare la fattibilità di questa idea. ma ha Diawara con cui provare qualcosa di diverso. Con cui tamponare, nel tempo che servirà a Marek per provare ad imparare il nuovo ruolo e il nuovo Napoli.

Per noi, Amadou è un talento da sgrezzare e può funzionare come vertice basso. Come vertice basso europeo, demandando la creatività ai suoi compagni di reparto. Vediamo se Ancelotti proverà ad applicare anche questa idea, del resto l’adattabilità e la flessibilità sono parte importante del suo dna di allenatore.

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