Koulibaly, la vittoria e la sconfitta. E la serietà richiesta dal codice dei Samurai

Kalidou Koulibaly è lo stesso uomo di una settimana fa, nel frattempo la realtà è in secondo piano. Tra calcio in doppiopetto, dopopartita bellissimi, testi di Franco Ricciardi.

Koulibaly, la vittoria e la sconfitta. E la serietà richiesta dal codice dei Samurai

I dopopartita migliori degli ultimi cinque anni

Questo pezzo senza senso l’ho scritto domenica 29 aprile, alle ore 14:15. L’ho chiuso alle 21:50. Nel totale disinteresse della realtà. Della gara di sabato sera a San Siro non ho visto nulla, non ho recriminazioni da fare né tempo da perdere nel commento di uno o cento episodi. Del match del Franchi ho visto qualcosa, mentre arrostivo carne in uno splendido e triste pomeriggio berlinese. Ho seguito solo i dopopartita, che ritengo i migliori degli ultimi anni.

Ho assistito alla fronte imperlata di sudore dell’allenatore che esce vincente a pochi minuti dalla fine – che fine non è mai in questo straordinario gioco – difendere senza convinzione il vuoto delle sue idee; coprire il timore che sentiamo tutti noi quando ci coglie il sospetto fondato che stiamo sopravvalutando la realtà, rendendo reucci i fatti, i numeri cui diamo un significato così grande fino a smarrire il senso della loro imbarazzante vulnerabilità.

Ho visto il nostro allenatore, il Sarri di cui non sono tifoso, spendere qualche parola di ferma pacatezza sul primato della necessità, intoccabile ed inviolabile, su quanto lui e la sua squadra avevano vissuto – “ché noi le partite bisogna giocarle”. Ho visto l’allenatore dell’Inter sorridere vinto e per un attimo marpione al microfono di un piccolo intervistatore che gli chiedeva del cambio sbagliato proprio a margine della gara – “Stai tranquillo, tu fai le domande e non perdi mai” – mettere finalmente in discussione il senso di un professionismo giornalistico che fa la domanda del giorno dopo in un contesto in cui esiste solo l’attimo che non si riscrive.

Il codice dei samurai

L’amico Bartolo Costanzo mi dice che si è convinto che certe cose vadano celate. Lo credo anche io, ho iniziato a crederlo quando KK domenica notte ha piegato la materia alla sua volontà imperiale senza accennare ad una gioia, con gli occhi di chi si carica la morte sulle spalle usando la leggerezza di un venditore di pizze fritte. Ieri ha fallito eppure non è cambiato. È lo stesso uomo della settimana scorsa che esce dal campo con la serietà richiesta dal codice dei Samurai che Yamamoto Tsunetomo raccontò nella sua opera Hagakure:

Il Codice del Samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti. È questa l’essenza del Codice del Samurai.

Franco Ricciardi

Il confine di un punto solo di svantaggio che si tramuta in quattro è la linea esile che deve prepararci allo squartamento più epico degli ultimi dieci anni. Il resto è caduto poco a poco ed inesorabilmente come fanno le foglie autunnali – l’Hagakure è appunto la raccolta dei precetti “all’ombra delle foglie”, quando ogni ingombrante velo di passione è caduto – lasciandoci dinanzi solo vittoria e sconfitta, separate da un abisso di significati concreti e bugiardi.

Nelle orecchie picchia il basso di Femmena Bugiarda di Franco Ricciardi divenuto per qualche ora cantore giapponese del ‘600: ”Gira e vote e gire ma, stamme ccà” alla ricerca dell’affermazione che è “’na femmena bugiarda, me faje mettere scuorne/Ma senza ‘e te nun songo, nun songo niente”.

La realtà è in secondo piano

La realtà è in secondo piano, oltre il pressappochismo anti-Var di Mauro e il calcio notarile di qualche tifoso partenopeo vittima della passione mutilata.  E questa follia, soprannaturale, non va solo accettata ma adoperata come metodo, come droga del cuore – “Incedere come folli accanto alla morte significa “diventare pazzi”. Se nella Via del samurai si coltiva la capacità di giudizio, si verrà presto sconfitti”. Squartati in ogni caso.

La canzone di Ricciardi scema nelle cuffie. Apro una pagina di Emil Cioran, massimo allenatore di Coverciano e vincitore di sette finali Champions su sette: “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. «A che cosa ti servirà?» gli fu chiesto. «A sapere quest’aria prima di morire».”

A cosa ci serve tutto questo? A niente. Vivaddio a niente. Non serve, come Concetta Cupiello. KK allarga le braccia e avanza, poi entra scomposto su un avversario finendo fuori. Al centro del potere, sul palco del calcio in doppiopetto, il Senegalese viene servito. Nella periferia fiorentina è lui a servire la cicuta. Questi scampoli sono tutto quello che conta, oltre ogni risultato. Se non ne siamo all’altezza stavolta non c’è davvero niente che nessuno possa farci.

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