Ero juventino, un giorno all’improvviso Alain Boghossian mi fece amare il Napoli

Come mio padre, da bambino ero stato sedotto dalla Vecchia Signora. Poi, il rigore di Alain Boghossian contro l’Inter ha colorato la mia vita d’azzurro.

Ero juventino, un giorno all’improvviso Alain Boghossian mi fece amare il Napoli

Un’infanzia in bianco e nero

Per me, per noi nati verso la fine degli anni ’80, tifare Napoli è una storia di amore e maledizione. Nati tra la gioia di una città in festa, cresciuti durante gli anni maledetti. Ed io soprattutto venuto al mondo già maledetto perfino da mio padre, che dovrà strappare il biglietto per andare a Stoccarda per avergli fatto lo scherzo di nascere a ridosso della gloriosa finale di Coppa UEFA.

Quindi noi predestinati, con le culle addobbate di azzurro, non solo per celebrare il nostro sesso, ma anche per poter festeggiare fin dai primi giorni di vita le vittorie della squadra del cuore dei nostri padri. Quanti di noi nati in quegli anni non ritrova nei vecchi album di fotografia, un ricordo di un neonato o un infante con una sciarpina, bandieruola, o quel che si voglia, magari per celebre lo Scudetto del ’90?

Anche mio padre era juventino

Il mio giorno all’improvviso sembra essere già segnato, legato indissolubilmente alla mia nascita, non ci sarebbe bisogno di scrivere altro. Invece non è andata così. Non si nasce innamorati. Come detto, ed è giusto ripeterlo, tifare Napoli è una storia di amore e maledizione. E le storie di amore, soprattutto quelle maledette, hanno sempre un inizio tormentato. Non solo, in campo sentimentale, spesso ci ritroviamo a percorrere quei tormenti incolori che prima sono stati dei nostri genitori. Cosa voglio dire? Ebbene, se non si è già capito, non si può parlare di “giorno all’improvviso” senza anche dover menzionare la Juventus. La nostra maledizione collettiva.

Mio padre, quel matto innamorato, che aveva comprato un biglietto per andare in Germania, nonostante la moglie gravida, non è sempre stato tifoso del Napoli. Agli inizi degli anni ’70 c’era una Juve che vinceva Scudetti (e che perdeva finali di coppe europee), e lui si lasciò sedurre dagli Anastasi, Bettega, Capello ed Altafini (anche lui un “napoletano” che passò ai bianconeri). Scoperto dal fratello maggiore, che avrebbe preferito beccarlo a fumare uno spinello piuttosto che essersi innamorato di una “Vecchia Signora”, prese quel ragazzino di petto e lo portò allo stadio, ma non al Comunale, bensì al San Paolo. Un giorno all’improvviso scoprì il calore dello stadio, ed iniziò il suo amore maledetto.

Il Napoli di Simoni

La storia si ripete. Nel 1995 c’era un bambino che incollava sul diario di prima elementare delle figurine di Vialli, Ravanelli e Del Piero, nonostante il suo regalo di compleanno era stata una maglietta del Napoli (quella con lo sponsor Record Cucine). Purtroppo, io non avevo fratelli maggiori e mio padre, finalmente genitore responsabile, non andava più allo stadio. Nel 1996 ci sarebbe dovuto essere un fanciullo felice perché la sua squadra vinceva la Champions League, ma all’epoca non sapeva cosa voleva dire trionfare in quella competizione.

Nel frattempo durante la fine di quell’anno c’era un’altra squadra, quella del posto dove viveva, quella di cui conservava una maglietta nel cassetto, che arrivava caparbiamente al secondo posto in campionato. E sei immediatamente circondato, tutti parlano dell’altra squadra, nonostante la tua abbia stelle cucite e campioni in campo, sei bambino e non capisci. Nel 1997 l’altra squadra andava avanti in Coppa Italia, arrivava in semifinale contro l’Inter.

Guardo il ritorno in televisione con mio padre. Partita tiratissima, vedo il coraggio dell’altra squadra affrontare l’Inter, ritenuta da tutti superiore. Stadio pienissimo e caldissimo. Il Napoli riesce a mantenere l’1-1, lo stesso risultato conquistato all’andata. Si va ai rigori, tensione altissima, ormai sono completamente preso per l’altra squadra, grande la sua tenacia dimostrata. All’inizio nessuno sbaglia dal dischetto. La paura sale, senti tua la tensione dei calciatori che vanno a tirare quei maledetti rigori. Poi c’è l’errore di uno dell’Inter. Ultimo rigore decisivo sui piedi di Boghossian. Segna. Ricordo la sua corsa sotto la curva ed io che impazzivo da casa. Il tormento incolore finì. Una sera all’improvviso mi innamorai del Napoli.

Dopo è solo amore

Ancora oggi ricordo quella squadra, Taglialatela, Ayala, Pecchia, Caccia, e ancora non mi spiego come non vincemmo in finale contro il Vincenza. Ricordo l’anno seguente l’arrivo di Protti e tutti che dicevano che nonostante tutto era una buona squadra. Ed arrivò la retrocessione. Possono cambiare le circostanze, ma l’amore una volta sbocciato, resta. Si andava nei bar, nei circoli a seguire le partite dalle prime Pay Tv, era un po’ come essere allo stadio, 40-50 persone in spazi angusti, il casino, il calore. Ricordo bene quel Napoli di serie B e la promozione. Di recente mi chiesero a quale calciatore mi sentivo più legato, si aspettavano come risposta un Cavani o un Hamsik, io senza aver bisogno di riflettere risposi Schwoch. Non c’è bisogno che spieghi.

Gli anni seguenti furono un lungo calvario e davvero maledetti, e ammetto che non riuscì a seguire quel Napoli con la maglia stile Argentina. Poi la serie C guardando tutte le partite, fino all’università al centro storico, dove si parlava di Napoli in ogni vincolo, di quella squadra tornata in A, finalmente ambiziosa e tenace, come Boghossian che buttava fuori l’Inter, ci portava in finale e faceva ripetere una storia di passione calcistica di un padre e un figlio.

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