Davide Astori è il nostro calcio

In un giorno triste, anzi drammatico, il mondo del pallone ha riconosciuto che c’è un tempo per giocare e uno per attendere. Astori è mappa e territorio di questo mondo.

Davide Astori è il nostro calcio

Un tempo per giocare, un tempo per attendere

Il silenzio dei campi per la morte di Davide Astori è semplicemente doveroso. C’è un tempo giocare e uno per attendere. Ma, proprio per onorare un serio giocatore trentunenne, non si cada nella retorica del serio e del faceto. Il calcio non si ferma perché è cosa sciocca, troppo sciocca dinanzi alla morte. Il calcio, quello che Astori ha conosciuto e praticato, è una palestra privilegiata e sofisticata e lo è, soprattutto, della morte.

Il gioco è la mappa, l’intreccio di morte e vita è il territorio. E se ha di sicuro ragione Alfred Korzybski quando inventa la massima “la mappa non è il territorio”, è pur vero che il gioco del pallone ci avvince perché ci racconta dell’illusione e dell’insensatezza di finire i propri giorni su un letto, come sempre e come per tutti quando meno ce lo aspettiamo.

Ieri sera, al termine di una partita che ha iniettato nelle nostre vene una goccia di morte mascherata di leggerezza, l’amico Paolo Birolini mi scrive, rispondendo al mio appello a non disperare, riportando un brano del Faust di Gounod, ispirato a quello di Goethe:

Non ho fatto che correre, io, attraverso il mondo.
Ogni piacere l’ho afferrato a volo.
Non mi bastava? E se ne andasse!
Non l’ottenevo? E si perdesse!
Ho avuto solo desideri e solo desideri saziati e nuove voglie; e di forza, così ho attraversato d’impeto la vita.
Alta e potente dapprima; ora va savia, ora va attenta.

Astori è il nostro calcio. Ora nella mappa. Ora nel territorio.

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