Campionato 2034-2035: in attesa del restyling del San Paolo, il Napoli gioca sempre fuori casa

Campionato 2034-2035: in attesa del restyling del San Paolo, il Napoli gioca sempre fuori casa

Con la pubblicazione in due puntate di questo racconto, il Napolista si arricchisce della prestigiosa collaborazione di Giovanni De Matteo, autore di fantascienza, tra l’altro fondatore di NeXT e scrittore di “Sezione Pi²”, viaggio nella Napoli del futuro che vinse il Premio Urania 2007. Ovviamente, De Matteo è un grande tifoso del Napoli.       

Il campionato itinerante del ’34-‘35
Dal libro Gli anni azzurri – Storia della SSC Napoli dal 2004 ad oggi (suppl. Corriere dello Sport, Giugno 2054) 

La stagione 2034-2035 si aprì con un annuncio che fece scalpore: il Napoli sarebbe stato nella storia della Serie A la prima squadra a giocare fuori casa la totalità del campionato. Tra le perplessità dei tifosi e l’imbarazzo dei cronisti, l’attesa montò per quello che era stato annunciato dal presidente Aurelio de Laurentiis come il “Modello Itinerante”, vantando con fierezza un paragone con il Giro d’Italia. E infatti alla vigilia aveva minimizzato le difficoltà logistiche e dichiarato alla stampa: “I nostri avversari si preparino a inseguirci”.

Dopo il successo di misura sul campo di Bolzano contro il Palermo, l’ex produttore cinematografico aveva rincarato la dose davanti ai microfoni di MediaRai+: “Siamo già in fuga… Quest’anno siamo pronti a viverlo in corsa e ai nostri amici che ambiscono allo scudetto come alle stimatissime autorità del Comune di Napoli dico una cosa sola: adesso il passo lo facciamo noi. Si dimostrino all’altezza e vengano a prenderci!”

Nel 2034 il dibattito politico era stato monopolizzato dall’idea di un nuovo modello di federalismo che prevedeva dalla scissione dell’Italia unita la nascita di sei soggetti politici provvisti di ampia autonomia amministrativa, fiscale e legislativa. Se il progetto fu temporaneamente accantonato dal Partito Popolare della Nazione, secondo alcuni commentatori politici fu anche per il ruolo giocato dalla formazione partenopea nel corso di quella stagione.

Lavori in corso di definizione

Sebbene la cronaca sportiva si fosse disinteressata quasi del tutto alle cause, i più attenti non ignoravano il braccio di ferro in corso tra la Società Sportiva Calcio Napoli e il Comune. Gli uffici competenti stavano valutando l’ennesimo progetto di restyling dello Stadio San Paolo, presentato trentacinque mesi prima. I ritardi vennero additati come il miglior esempio dell’inefficienza delle amministrazioni meridionali, ma le critiche non servirono ad accelerare il processo di valutazione.

Il 6 dicembre – in occasione di un turno infrasettimanale che vide gli azzurri ospitare l’Atalanta sul campo di Trieste (risultato finale: 2-1 per i padroni di casa “in trasferta forzata”) – il San Paolo festeggiò chiuso un mestissimo 75° anniversario della sua inaugurazione.

L’ennesima Champions amara

In ambito europeo, la Uefa aveva riconosciuto al Napoli l’impiego dello Stadio Comunale “Arechi” di Salerno per le partite casalinghe. La squadra superò brillantemente il preliminare di Champions League con il Partizan di Belgrado e fu sorteggiata in terza fascia in un girone di ferro con Barcellona FC, Borussia Dortmund e Celtic.

Le prime cinque giornate confermarono il buon feeling partenopeo con le serate europee. Il 13 dicembre, per l’ultima giornata della fase a gironi, gara utile per il passaggio agli ottavi, la squadra di Fabio Pecchia incontrò il Celtic fanalino di coda in una blindatissima Salerno. I biglietti erano stati venduti a prezzo d’oro, ma appena tremila dei venticinquemila tagliandi furono acquistati a Napoli e provincia. Sull’anomalia fu annunciata un’inchiesta Uefa, ma questo non servì a scongiurarne gli effetti.

L’imponente spiegamento di forze dell’ordine non riuscì a evitare il contatto tra gli ultrà azzurri e i supporter della Salernitana. Il tutto si svolse sotto gli sguardi esterrefatti degli ospiti scozzesi e dell’Europa intera. Voci confuse cominciarono a rincorrersi un’ora prima del fischio d’inizio: gli scontri avevano provocato il ferimento a morte di quattro, forse cinque veterani del tifo partenopeo sorpresi a piedi sul lungomare da più giovani e aitanti hooligan granata. Un numero imprecisato di ultrà versava in condizioni gravi. Le Nazioni Unite si apprestavano a inviare un contingente di Caschi Blu per evitare che la crisi degenerasse in un genocidio. Si giocò in uno stadio gremito in ogni ordine di posti e in un clima surreale, dominato dalle tinte verde-bianco e granata, in una parodia del tricolore italiano. Gli ultrà del gruppo OCB – Orfani della Curva B avevano deciso di solidarizzare con i presunti caduti e diedero sfoggio del loro miglior elettroencefalogramma piatto: dapprima tentarono di impedire la partita, ma furono facilmente ignorati; per protesta ritirarono allora gli striscioni, fischiarono l’inno della Champions e voltarono le spalle al terreno di gioco. Seguirono così, esibendo le nuche rasate, i 90 minuti della partita e 10 di intervallo.

Sugli spalti, malgrado l’esemplare gestione della sicurezza da parte degli uffici della Prefettura, erano presenti anche migliaia di infiltrati granata che supplirono allo sciopero della curva e fecero sentire il loro calore agli undici di Pecchia: le classiche invocazioni al Vesuvio e ai bagni di fuoco, l’auspicio che malattie sconfitte dalla scienza medica del XXI secolo scatenassero focolai epidemici da Fuorigrotta a Gianturco fino a Secondigliano, l’augurio che il Tirreno sommergesse Napoli con un’onda anomala (confidando nella buona sorte perché la città di Salerno superasse illesa ogni tipo di cataclisma). A un certo punto si udì un timido tentativo da parte della tifoseria ospite di mitigare il clima, intonando uno stonato e sconclusionato inno a Na-Pu-Lès che presto divenne un Na-Pu-Lì… L’invito fu accolto con un certo disorientamento dai poco più di duemila tifosi partenopei sparsi tra tribuna e distinti.

Il Napoli chiuse il girone di Champions League con una sconfitta “in casa” per 3-1 che permise al Borussia di sopravanzare il plotone azzurro grazie all’insperata affermazione al Camp Nou. Con 8 punti la formazione di Pecchia retrocesse in Europa League. Della sua prima sera di Champions League Salerno ricorda gli scontri prima e dopo la partita, il cordone per l’evacuazione delle famiglie allestito dalle forze dell’ordine e i tifosi del Celtic che alle quattro di mattina ancora intonavano You’ll Never Walk Alone in attesa di essere autorizzati a lasciare lo stadio.

I bollettini riportarono la cifra di 85 feriti lievi. Nessuno ci aveva rimesso la pelle, con un certo disappunto su entrambe le sponde del tifo campano. 

L’onda anomala partenopea

In campionato i fatti di Salerno si fecero sentire sulle prestazioni della squadra con un’onda lunga imprevista, che invece di smorzare le aspettative azzurre ne accompagnò lo slancio. I numerosi emigrati di Napoli e provincia, nonché del resto della Campania e della Bassitalia, presero a seguire le trasferte della squadra con una partecipazione crescente. Si faticava a trovare biglietti per il settore ospiti nelle trasferte vere; nelle gare “di casa”, che si giocassero a Parma, a Livorno o a Trento, i tifosi napoletani facevano registrare il tutto esaurito.

La vera onda anomala che rispose alle invocazioni degli ultrà granata fu quella delle famiglie che in ogni angolo d’Italia si riversarono sugli stadi, emarginando progressivamente la galassia sempre più frammentata e litigiosa del tifo organizzato. Un vero esproprio di spazi occupati per decenni, la premessa necessaria per una riappropriazione dei colori e del tifo. Quell’anno fu registrato il record assoluto di tagliandi venduti in fascia Under 14.

Con un’ossatura argentina consolidata nella stagione precedente – con il centrale Sacheri, il mediano Castro e la seconda punta Ramirez – ulteriormente rafforzata con l’innesto di Juarez in cabina di regia e Ruiz in difesa, il Napoli ripagò esprimendo un calcio esteticamente apprezzabile, a tratti entusiasmante, molto vicino all’idea olandese del calcio totale e debitore della Máquina collaudata dai caballeros del River Plate di quasi un secolo prima. Interrogato direttamente, l’allenatore aveva citato come modello un nome che continuava a dividere la città: il suo grande maestro Rafaél Benítez, primatista per Champions League vinte con ben quattro trofei, nessuno purtroppo con il Napoli.

Alla fine del girone di andata la formazione partenopea allenata da Fabio Pecchia uscì imbattuta dallo Juventus Stadium per la prima volta dopo sei anni e così si attestò al secondo posto, a sole due lunghezze dall’Inter capolista, mantenendo sui bianconeri un vantaggio di tre punti. (1-continua)
Giovanni De Matteo

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