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Una domanda su Reality: ma perché è ambientato a Napoli?

Non mi toccate Garrone. Da quando, una sera, entrò nelle mie viscere con quell’Imbalsamatore ambientato a Villaggio Coppola. Non mi toccate Garrone, quindi. Però, dopo aver visto Reality, ho una domanda: perché è ambientato a Napoli? Perché è ambientato – come credo – nel Vesuviano?

Una risposta me la sono data. Garrone è di Roma, della buona borghesia romana, è stato un signor tennista, a un passo dal diventare professionista. È un curioso Matteo Garrone. Un curioso della vita, si vede. E irresistibilmente attratto dagli eccessi. E a Scampia, per Gomorra, si è innamorato. In ogni senso. Sia della sua Nunzia, sia di quel mondo (peraltro a lui non nuovo). Che è sicuramente affascinante per chi probabilmente ha passeggiato per Monteverde Vecchio o invece, all’opposto, bazzicava piazza Euclide.

Perché se vieni da quella Roma non puoi dedicare le due scene iniziali degli ultimi due film a un must di una certa Napoli. E farlo in quel modo, tra l’altro, come potrebbe solo uno che ci ha vissuto: nel centro abbronzante (Gomorra), al Grand Hotel La Sonrisa, luogo cult per ricevimenti di matrimoni (Reality).

Entrambi non sono Napoli. Ma entrambi sono una certa Napoli. E sfondano, ti pigliano, bucano come immagine. Il piano sequenza iniziale, il Vesuvio, il Vesuviano, la carrozza coi due cavalli bianchi che si avvicina ed entra alla Sonrisa per festeggiare le nozze, mentre un altoparlante già invita gli ospiti a farsi da parte per lasciare spazio alla prossima coppia, è cinema. Cinema puro.

Garrone fotografa impietosamente quella Napoli. Che poche ore dopo torna stancamente nelle sue abitazioni fatiscenti e a fatica si spoglia di quegli abiti improbabili per andare a letto. Ha vissuto il suo giorno di gloria, un matrimonio, e riprende il tran tran. La pescheria, una truffa sui robot da cucina, la vita in comunità col parentame, eppure un matrimonio felice, d’amore, e tre figli.

Il matrimonio è l’euforia di un giorno. Per cui ci si indebita. Figuriamoci che cosa non si possa fare per un’euforia prolungata, per il successo, per quella celebrità (che poi sarebbe fare una comparsata ai matrimoni, dire quattro stroppole e andare via in elicottero) che ti regala la tv. Per quella svolta che ti sembra lì, a un passo, dopo un provino a Roma.

Ti indebiti. Ma ti indebiti la vita. Ti impicchi a quel pensiero. Vivi una realtà parallela. Una versione contemporanea delle Tentazioni del dottor Antonio, dove l’ossessione non sono più le forme debordanti di Anita Ekberg che pubblicizza il latte, bensì un triste confessionale. Chissà cosa avrebbe girato Federico Fellini oggi. Di certo Peppino De Filippo che si arrampica sul cartellone pubblicitario è un’immagine ben più forte di Luciano che scavalca il muro di Cinecittà.

E per questo Garrone – ripeto, non me lo toccate – il film un po’ lo ha mancato. Ecco, non so se lo consiglierei. Credo di no. Forse perché è arrivato fuori tempo massimo. O forse – lo ammetto – perché non ho capito la scelta di Napoli. Di quella Napoli. Detto tra parentesi Napoli ebbe un concorrente al Grande fratello (ne avrà anche altre per carità) ed era un giovane di Posillipo, della cosiddetta Napoli bene.

Però, e qui mi contraddico, Napoli, quella Napoli è anche un valido motivo per andare a vedere Reality. Certo, forse un libro o una mostra di Oreste Pipolo (il fotografo di matrimoni cui proprio un giovanissimo Garrone dedicò un documentario) lascia ancor di più il segno. Così come rivedersi Gomorra. Perché la verità è che quando firmi un capolavoro poi è meglio allontanarsi, scappare a gambe levate, altrimenti si finisce con lo stancare.

Massimiliano Gallo (tratto da Linkiesta.it)

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