La Premier oggi è incapace di attrarre grandi allenatori. Rosenior e Fletcher due sconosciuti
Lunga analisi di The Athletic: si è invertita la tendenza dell'arrivo di tecnici preparati in squadre di bassa classifica. È la fine del ciclo tecnico delle Big Six

Manchester United's Portuguese head coach Ruben Amorim (R) stands with Manchester United's English midfielder #37 Kobbie Mainoo (C) on the touchline during the English Premier League football match between Manchester United and Sunderland at Old Trafford in Manchester, north west England, on October 4, 2025. (Photo by Paul ELLIS / AFP) /
Liam Rosenior e Darren Fletcher chi sono costoro? Si sarebbe chiesto un Don Abbondio scaraventato dai Promessi Sposi ai giorni nostri sentendo i nomi dei tecnici di Chelsea (definitivo) e Manchester United (ad interim). The Athletic si chiede come mai la Premier abbia bisogno di attingere per il campionato ad allenatori semisconosciuti. Cinque i punti che individua il quotidiano newyorkese per una Premier League, a suo modo, vittima del proprio successo.
Allenatori di alto livello molto ben pagati anche in club di seconda fascia
L’attrattiva di lavorare nel campionato dominante (e più ricco) del mondo ha fatto sì che club di metà classifica o della parte bassa della Premier League abbiano attirato allenatori stranieri di alto livello. Andoni Iraola, ad esempio, al Bournemouth, era un tecnico estremamente apprezzato al Rayo Vallecano e ha scelto di lasciare una squadra di medio livello della Liga per un club storicamente in lotta per la salvezza in Inghilterra. Oliver Glasner ha trasformato il Crystal Palace in una squadra vincitrice di coppe. Anche Unai Emery aveva vinto l’Europa League quando ha assunto la guida dell’Aston Villa, che allora era 14ª, appena tre punti sopra la zona retrocessione. Tutti e tre hanno fatto un lavoro eccellente e tutti potrebbero essere candidati per la panchina del Manchester United.
I club inglesi non vincono la Champions ma dominano Europa e Conference League
Il dominio (relativo) dei club inglesi nel calcio europeo, anche se questo non si è tradotto in un numero di Coppe dei Campioni proporzionato alla loro superiorità finanziaria. La finale di Europa League della scorsa stagione è stata disputata da due club di Premier League in enorme difficoltà: il Manchester United, 16°, e il Tottenham Hotspur, 17°. Sia Ange Postecoglou sia Ruben Amorim hanno poi lasciato i rispettivi incarichi. Un tempo, dimostrare il proprio valore vincendo l’Europa League era una via credibile per arrivare in Premier League. I club di Premier League hanno vinto anche due delle quattro edizioni della Conference League finora disputate. Non è irrealistico pensare che, per esempio, Vincenzo Italiano sarebbe stato preso in considerazione per incarichi ancora più importanti del Bologna se la sua Fiorentina non fosse stata battuta dal West Ham United di David Moyes. In altre parole, i club di Premier League che rendono al di sotto delle aspettative stanno, in una certa misura, impedendo agli allenatori stranieri di dimostrare di saper vincere trofei e di meritare una chance in un top club.
L’Inghilterra non produce tecnici validi
Va riconosciuto che l’Inghilterra non si aiuta da sola, perché continua a produrre pochissimi allenatori di altissimo livello. Attualmente ce ne sono quattro in Premier League, uno dei quali è Rosenior. Gli altri due, Scott Parker e Sean Dyche, semplicemente non propongono un tipo di calcio che possa interessare a un grande club. Eddie Howe è l’unico altro allenatore inglese nella massima serie. Negli altri grandi campionati europei, almeno il 50% degli allenatori è di produzione nazionale.
Gli allenatori validi sono impegnati nelle Nazionali
Al momento c’è un numero insolitamente elevato di allenatori molto stimati impegnati in incarichi con le nazionali. Thomas Tuchel (Inghilterra), Mauricio Pochettino (Stati Uniti), Julian Nagelsmann (Germania) e Carlo Ancelotti (Brasile) potrebbero tutti, teoricamente, essere candidati per grandi panchine di club. Questa lista di quattro non include i vincitori degli ultimi due Mondiali o dell’ultimo Europeo: Didier Deschamps (Francia), Lionel Scaloni (Argentina) e Luis de la Fuente (Spagna). Tutti sono ancora al loro posto.
Per anni la Premier ha rappresentato una anomalia
Quinto e ultimo punto: vale la pena ricordare che il periodo di circa dieci anni fa è stato un’anomalia. La Premier League ha avuto il privilegio, in poco più di un anno, di accogliere Pep Guardiola, Jürgen Klopp e Antonio Conte. Avevano ottenuto risultati straordinari nei loro club precedenti, inclusa la vittoria di grandi titoli nazionali. In seguito, anche Tuchel e Maurizio Sarri si sono avvicinati a quel livello, pur senza aver vinto un campionato.
I grandi club di Premier League hanno spesso dovuto scommettere quando hanno scelto i propri allenatori, anche quelli di successo. Arsène Wenger fu “pescato dal Giappone”, come disse memorabilmente Sir Alex Ferguson, nel 1996. Il Chelsea puntò su Ruud Gullit e Gianluca Vialli. Tutti questi allenatori hanno poi vinto trofei, ma al momento della nomina erano tutt’altro che certezze.
La fine del ciclo tecnico delle Bix Six
L’aspetto sfortunato, per i club del “Big Six” della Premier League, è che tutti sembrano aver raggiunto la fine di un ciclo tecnico più o meno nello stesso momento. Manchester United e Chelsea hanno appena salutato i loro allenatori. Non è inconcepibile che anche Tottenham e Liverpool possano cambiare nelle prossime settimane. Tutti i segnali indicano che anche il Manchester City potrebbe mettersi alla ricerca in estate. L’eccezione è l’Arsenal, la cui scelta di Mikel Arteta è stata, in sostanza, una scommessa.










