La disperata retorica dei bambini senza Mondiale è la fotografia dell’Italia gerontofila
Il Paese che Gattuso sente sulle spalle è anzianissimo. Le prime pagine della Gazzetta e del Corriere dello Sport (fatte con l'Ai) sono consapevolmente cringissime. L'Italia fuori dal Mondiale è un drammone

Italy's national football team headcoach Gennaro Gattuso (L), speaks next to the president of the Italian Football Federation (Figc) Gabriele Gravina during a press conference in Rome on June 19, 2025. Gennaro Gattuso was named Italy's new coach and will be tasked with helping the Azzurri qualify for the 2026 World Cup after replacing Luciano Spalletti. Alberto PIZZOLI / AFP
La disperata retorica dei bambini senza Mondiale è la fotografia dell’Italia gerontofila
– Ciao ChatGpt, cerca una foto di bambini in festa con la maglia della Nazionale.
– Mi spiace, è introvabile. Se vuoi posso riesumarne una del 2006, o una in bianco e nero da Spagna 82.
– Non farmi chiedere a Gemini o a Claude. Lo sai che Claude la prende sul personale. Falla tu, inventa. Ci dobbiamo fare la copertina.
Ecco come sono finite stamattina in edicola (ve la ricordate l’edicola?) le prime pagine gemelle della Gazzetta e del Corriere dello Sport. Tratte dallo stesso spunto disperatissimo: lì fuori l’Italia è piena di pargoli che non hanno mai provato il brivido della Nazionale ai Mondiali. Il Messaggero ci fa proprio un pezzo (non è il primo, c’è tutta una letteratura accumulata in quest’ultimo ventennio) sul dovere di regalare ai “nostri figli” altre “notti magiche”. E’ un diritto negato dell’infanzia.


La classe 2006 – quella dell’ultimo Mondiale vinto – è così avanti con gli anni che nel frattempo s’è messa in proprio, e ha preso a vincere in tutti gli altri sport. Il calcio, con le sue memorie patinate, la carta ingiallita attaccata alle pareti dei bar e delle officine, le sue polemiche sempre uguali, l’hanno lasciato a noi. I disgraziati che non sapendo più a che santo votarci usiamo i bambini come leva sentimentale.
“Fateli sognare”, titola la Gazzetta. Ma a chi? “Fatelo per noi”, scrive il Corriere intestando la preghiera a quel gruppo di ragazzini tutti con la stessa espressione, a bocca spalancata, che l’intelligenza artificiale suppone rappresenti la gioia del pallone. Zazzaroni lo palesa ironicamente nel suo editoriale a supporto.
È una campagna cringissima (abbiamo chiesto all’adolescente di casa di poterlo usare, il cringe, almeno una volta senza essere a nostra volta cringe. Permesso accordato con riserva) quella che la stampa sportiva di questo anzianissimo Paese rivolge ai “ragazzi” di Gattuso, a loro soprattutto. La nazione che il ct sente tutta sulle spalle prima di coricarsi grazie alle pilloline è una meglio-vecchiaia che proietta sulle successive generazioni una antiquata nostalgia. Il target commerciale di riferimento dei giornali suddetti, che si ostinano ogni estate a sbattere in prima pagina un oscuro obiettivo di calciomercato del Milan tenendo in disparte una medaglia olimpica dell’atletica, o un oro mondiale. Siamo fatti ancora così, noi. Mentre loro, quelli per cui l’Italia di Gattuso dovrebbe teoricamente combattere, sono andati oltre.
Lo stesso Messaggero oggi relega Furlani e Sinner in un taglio bassissimo dopo altre due paginate dedicate a cose tipo “La Lazio di Patric”. Non è un caso: è sempre più o meno così. Forse solo Sinner funziona diversamente, perché lui è un diamante da Seo: è una password commerciale imbattibile. Un titolo su Sinner è per sempre. Ma tutto il resto – da Zaynab Dosso a Nadia Battocletti, dai top italiani del tennis alle medaglie olimpiche ormai a peso, persino il rugby o il baseball! – è un pastone di luci riflesse. Un accessorio. Sport di sponda, come il battimuro (ci avete mai giocato, voi, al battimuro?).
Magari stiamo cadendo nello stesso tranello, magari davvero c’è tutto un Paese per giovani acquattato dietro gli smartphone che non vede l’ora di fare i caroselli per strada con la 500 elettrica urlando il nome di Tonali. Siamo pur sempre noi a dettare la linea supposta a questi adolescenti smidollati (Serra mille anni fa li chiamava “gli sdraiati”) che non sono mai, per definizione scientifica, “come una volta”, come “ai nostri tempi”. Di noi che alla loro età subivamo lo stesso destino in replica ennesima: anche i nostri tempi non erano quelli dei nostri genitori, i quali a loro volta scontavano il peccato originale di non aver fatto la guerra come i loro padri. E’ una coazione a ripetere la stessa gerontofilia. Mentre la denunciamo forse non riusciamo a sottrarcene.
Ma l’angoscia che la rassegna stampa trasuda prima di una partita con l’Irlanda del Nord è generazionale. È un drammone fuori scala, rispetto all’impegno agonistico cui è chiamata l’Italia. Come tale – scusate, di nuovo, l’appropriazione indebita – è vissuta dai ragazzini che mai hanno visto la Nazionale ai Mondiali. Sono le nostre paure, i nostri traumi. Loro, i bambini che ChatGpt immagina sorridenti e vagamente ariani, vorrebbero solo evitare di vedersi così maldestramente rappresentati in questa natura morta che gli abbiamo dato da abitare.










