“Vince da troppi per credere, come molti continuano a credere, che si tratti di calcio laboratorio. Guardiola è come Mourinho”

“Il tikitaka ha senso quando ha senso il possesso: per arrecare danno. Quell’estetica ha senso quando serve a vincere: altrimenti è generalmente ridicola. Se fai duecento passaggi e l’avversario non corre dietro alla palla perché i passaggi sono stupidi, l’unico che si stanca è il tuo tifoso“. Così scrive sul El Paìs Manuel Jabois, editorialista spudoratamente madridista, per celebrare l’ennesimo trionfo di Guardiola. Il concetto, in pratica, è che in moltissimi continuano a non comprendere la grandezza di Guardiola. Non è lo spettacolo, i mille passaggi che ancora moltissimi allenatori cercano di copiargli mentre lui andato oltre da mille anni. E’, appunto, la mentalità assassina.
Ai tempi del suo Barcellona, scrive El Paìs, “la chiave toccata da Guardiola aveva a che fare con l’emotività. L’allenatore che stava cominciando a diventare un’eminenza tattica è riuscito a garantire che nei suoi anni vertiginosi la squadra non fosse distratta per un solo secondo. Né quando il Real Madrid di Mourinho ha cominciato a fargli male e a vincere titoli: ha più merito di quanto si creda perché quel Barcellona non ha abbassato per un secondo la guardia. Non si trattava tanto di gestire l’ego ma di gestire la fame; con le star mondiali sazie, molte delle quali tornavano dal Sud Africa con il titolo più importante in tasca, Guardiola ha lanciato loro la lavagna in testa e ha detto loro che oltre a saper giocare a calcio, bisogna volere, soprattutto, vincere. Un giorno a Madrid disse che in sala stampa Mou era il “fottuto maestro” sapendo che nella dialettica, nelle motivazioni e nelle emozioni precedenti del proprio spogliatoio non erano molto diversi da lui, ognuno a modo suo. Dal 2008-2009 fino a questa stagione, in cui ha appena vinto la Premier, sono passati 16 anni. In una sola stagione è rimasto senza vincere nulla. Non c’è stata una sconfitta, ad esempio contro l’eterno rivale in Champions League, per quanto umiliante (0-4 nel 2014) o dolorosa (2022 e 2024), che abbia affondato lo spogliatoio per più di un giorno”.
“Sono passati molti anni. Troppi per credere, come molti continuano a credere, che si tratti di calcio laboratorio. È un calcio umano, fatto delle stesse cose con cui si costruisce la vittoria: ogni giorno è l’ultimo, e il penultimo non vale nulla”.