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La narrazione calcistica ha bisogno di complessità, il concetto di bellezza è adolescenziale

Il racconto del calcio è fuorviante. A Napoli il problema è più profondo, qui il sarrismo ha provocato danni inenarrabili: vincere di corto muso equivale a perdere

La narrazione calcistica ha bisogno di complessità, il concetto di bellezza è adolescenziale
24 October 2023, Berlin: Soccer: Champions League, 1. FC Union Berlin - SSC Napoli, Group Stage, Group C, Matchday 3, Olympiastadion, Napoli's Giacomo Raspadori (r) celebrates his goal to make it 1-0 with Napoli's Giovanni di Lorenzo (l) in front of cheering fans. Photo: Andreas Gora/dpa (Photo by Andreas Gora / DPA / dpa Picture-Alliance via AFP)

La narrazione calcistica ha bisogno di complessità, il concetto di bellezza è adolescenziale

Fa onestamente sorridere la presunta rivolta di popolo (presunta perché i social non sono poi così rappresentativi, sono lo sfogatoio della minoranza urlatrice) per la vittoria del Napoli in Champions in casa dell’Union Berlin. Rivolta che sarebbe dovuta al mancato rispetto dei canoni della bellezza calcistica. Concetto – quello della bellezza calcistica – che a nostro avviso dovrebbe essere perseguito con lena staliniana. La rivolta fa sorridere al pari di quei media che oggi attribuiscono i meriti della vittoria a De Laurentiis, all’imposizione della sua presenza. Siamo a metà strada tra lo sciamanesimo e una variante della pranoterapia.

Il Napoli di Garcia ha vinto due partite contro due avversari modesti: Verona e Union Berlin. Mentre a Verona per un’ora la richiesta di estetica è stata appagata, a Berlino no. Per chi ancora segue il calcio, è stata una partita semplice da raccontare. Il Napoli (nonostante le assenze di Osimhen e Anguissa) era nettamente più forte. Ha saputo attendere il momento per colpire e alla prima occasione ha segnato. Ha vinto come un tempo era normale vincere. Come peraltro ha fatto ieri l’Inter in casa contro il Salisburgo. Eppure sui vari media non scorgiamo ombra di polemiche per il modo in cui la squadra di Inzaghi ha ottenuto il successo. Hanno vinto e amen.

Allegri sul corto muso ci ha imbastito un’epopea. Perché noi di corto muso (copyright Fabrizio d’Esposito) non possiamo vincere? Non parliamo di Mourinho. Non si capisce perché Napoli debba caricarsi di questo ulteriore fardello: la semplice vittoria non basta, è come se una parte della tifoseria avesse bisogno del pubblico riconoscimento, del cosiddetto premio della critica.

Oggi Alfonso Fasano ha spiegato perché ritiene Garcia un allenatore démodé e perché con lui il Napoli starebbe andando in direzione opposta a quella del calcio contemporaneo. È un punto di vista legittimo, argomentato, che però contiene un passaggio fondamentale. Tutto passa per il campo, per il risultato. Sempre. Lo stesso Italiano, allenatore della Fiorentina caro a un certo tipo di appassionati di calcio, ha recentemente dichiarato: «Siamo tutti risultatisti, è come ci si arriva che fa la differenza». Maurizio Sarri (il vero responsabile di questo clima culturale che si respira a Napoli attorno al calcio) ha vinto due anni di fila al Maradona con la sua Lazio e sempre giocando di rimessa, lo scorso anno addirittura con un tiro in porta. Non è che a fine partita ha restituito i tre punti dicendo: non ce li meritiamo, li lasciamo qui. Sull’altare del sarrismo questa città ha sacrificato un certo Carlo Ancelotti.

È utopistico, forse meglio adolescenziale, immaginare che a calcio si debba e si possa giocare sempre e solo in un modo. Basterebbe ricordare che pochi mesi fa il Manchester City ha vinto la Champions League al termine di una finale in cui ha prodotto meno dell’Inter. Secondo i canoni imperanti, Guardiola non avrebbe meritato di vincere. Eppure ha alzato la coppa. Due anni fa, un certo Karim Benzema disse: «Avere il possesso palla non significa che stai dominando, non so come la gente veda il calcio».

Forse, anzi sicuramente, la narrazione calcistica dovrebbe alzare il proprio livello e compiere uno sforzo per approssimarsi alla complessità. Un compito richiesto innanzitutto agli ex calciatori che oggi vanno in tv. Spesso ci provano ma anche loro devono arrendersi al corso impetuoso del fiume. Il calcio non può essere ridotto al possesso palla, all’altezza del baricentro della tua squadra. È innanzitutto un lavoro che viene effettuato su un gruppo di uomini. Il compito più duro per un allenatore è compattare il gruppo attorno a un’idea. Far sì che le direttrici di energie convergano più o meno tutte nella stessa direzione. È questo che porta l’interista Samuel Eto’O a giocare da terzino nella semifinale di Champions contro il Barcellona di Guardiola. Ed è stato questo il più grande merito di Luciano Spalletti lo scorso anno: creare un gruppo di persone disposte ad aiutarsi l’uno l’altro per raggiungere l’obiettivo.

L’impressione, tornando alla narrazione calcistica, è che valga quel che disse Warren Buffet nel 2006 a proposito della lotta di classe: «Certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo». Ecco, seguendo lo stesso criterio, nel racconto calcistico sta vincendo la semplificazione estetizzante che sarebbe materia ideale alla morettiana scuola “Marilyn Monroe” del film “Bianca”. Quella semplificazione che agli occhi dei più brufolosi fa apparire come superati dei mostri sacri del calcio come Ancelotti e Mourinho. È una battaglia ideologica e l’ideologia è sempre pericolosa oltre che fuorviante. Il modo di raccontare il calcio e le partite di calcio è deviante. La fase difensiva è demonizzata. Non c’è alcuna riflessione, se non minima, sulla lettura dei momenti degli incontri. Ci si ostina a parlare dei cosiddetti moduli (che poi sono gli schemi di gioco) la cui centralità è sistematicamente negata dagli allenatori. Il calcio è materia complessa e sorprendente. Basta guardare il documentario su Beckham per farsene un’idea; anche l’intervista di Sky a Mourinho aiuta non poco.

Attenzione perché la narrazione comporta ricadute anche dal punto di vista professionale. Un allenatore in linea col calcio contemporaneo, è un allenatore che troverà lavoro molto più facilmente di chi ha un approccio meno ideologico. Troverà lavoro e spazio sui giornali. E spesso si prescinde dai risultati. La cornice di bel gioco vale molto di più. Per capire il bluff occorre un bel po’ di tempo.

Tornando al giardino di casa nostra, il Napoli ha vinto la partita che doveva vincere. Ha battuto Unione Berlin e Sporting Braga più o meno nello stesso modo in cui lo ha fatto il Real Madrid (che ha battuto i tedeschi al Bernabeu solo al 95esimo). Real Madrid che ha vinto a Napoli grazie a imperdonabili superficialità degli azzurri (due i gol regalati). Il Napoli di Garcia va ovviamente valutato di fronte a squadre più consistenti, a cominciare dal Milan. Domenica sera si capirà che se la squadra e il tecnico hanno effettivamente effettuato dei passi per venirsi incontro, se il tecnico è riuscito a compattare i calciatori attorno a un’idea, oppure se (come è possibile) il Napoli ha battuto Verona e Union semplicemente perché era più forte.

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