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Il Napoli visto a Granada è una squadra inspiegabile

Resta insondabile la strategia di Gattuso per vincere. Nel primo tempo, il Napoli ha toccato il pallone 375 volte di cui solo 4 in area di rigore avversaria

Il Napoli visto a Granada è una squadra inspiegabile

Un Napoli inspiegabile

Dal punto di vista tattico, il Napoli visto a Granada è stata una squadra inspiegabile. Ovviamente, per comprendere questa nostra posizione è necessario andare al di là delle scelte – obbligate, per via delle assenze – di modulo e interpreti: in effetti Gattuso non avrebbe potuto schierare un undici molto diverso, tra giocatori infortunati (anche questo aspetto meriterebbe un approfondimento, ma non è questa la sede) e positivi al Covid mancavano nove elementi della rosa; allo stesso tempo, però, le scelte di tattica collettiva e individuale dell’allenatore del Napoli restano del tutto incomprensibili.

Cominciamo dal principio. Il Napoli è sceso in campo con il 4-3-3/4-5-1: Di Lorenzo terzino destro, Mário Rui sull’altra fascia, Maksimovic e Rrahmani centrali; Lobotka pivote, Elmas e Fabián mezzali; Insigne esterno offensivo a sinistra, Politano a destra e Osimhen unica punta. Come detto, le scelte erano obbligate: in panchina c’erano Zielisnki e Bakayoko, tutte le altre riserve a disposizione provenivano dalla squadra Primavera. Eppure resta insondabile capire quale fosse la strategia del Napoli per vincere la partita, soprattutto in virtù del fatto che le assenze non hanno tolto a Gattuso la possibilità di schierare undici giocatori nei propri ruoli.

Sì, perché il Napoli ormai dà l’impressione di preparare le partite solo in questo modo. Ovvero, tutto si riduce a scegliere undici calciatori e lo slot di una formazione in cui inserirli. Contro la Juventus, non a caso, la squadra di Gattuso è riuscita, anche se solo per i primi 45′, a giocare in maniera discreta perché ha mostrato qualcosa di diverso – nella fattispecie, si trattava di Insigne sottopunta che si muoveva tra le linee. A Granada, invece, il Napoli è tornato a essere un gruppo di giocatori che va in campo senza un preciso obiettivo tattico. Se non quello di tenere il pallone e schierarsi con il 4-3-3/4-5-1.

I dati

Basta leggere i dati e dare uno sguardo a ciò che è successo sul campo per capire cosa intendiamo. Nel primo tempo, il Napoli ha toccato il pallone 375 volte, di cui solo 4 in area rigore; ha effettuato 325 passaggi, di cui solo 25 più lunghi di 15 metri; ha tirato 4 volte verso la porta, senza mai indovinare l’area delimitata dai pali. Sono cifre eloquenti, ma è interessante capire e spiegare: da cosa dipende questa assoluta aridità offensiva? Dall’assenza di soluzioni – che non siano teoriche – e soprattutto di intensità. Perché il possesso palla, di per sé, può essere una strategia efficace, e questa è la teoria; ma la pratica vuole, anzi esige che il possesso palla debba essere fatto con una certa qualità, soprattutto con una certa velocità, se deve portare alla costruzione di azioni pericolose.

Due azioni sviluppate sulle fasce, una a destra e una a sinistra. Si vede bene come il Granada copra bene gli spazi e tolga la profondità. Per superare un blocco di questo genere, il possesso deve essere necessariamente vario e veloce. In una parola: imprevedibile.

Come si vede anche dagli screen appena sopra, il ritorno di Insigne nel suo ruolo preferito – esterno d’attacco a piede invertito – ha tolto al Napoli l’uomo tra le linee visto nella gara contro la Juventus. In pratica, si è riacutizzata la sindrome di Suso – una patologia ovviamente immaginaria di cui abbiamo parlato in questa rubrica all’indomani di Udinese-Napoli. Rispetto alla sfida contro i bianconeri, Insigne è ritornato a zampettare esclusivamente nella sua zona di comfort, sulla fascia sinistra. Così, soprattutto nel primo tempo, si è chiuso di fatto in una porzione ristrettissima di campo – perché presidiata dagli avversari e limitata anche dalla linea laterale.

Da lì, non è riuscito a creare una sola occasione da gol, anche perché non aveva la giusta interlocuzione per il suo classico pallone a tagliare il campo – Lozano che si inserisce nello spazio, per esempio. L’unico passaggio chiave della sua partita è arrivato all’86esimo minuto, quando ha servito a Osimhen un buon pallone in profondità. È quasi pleonastico, se non addirittura, divertente, aggiungere che l’ha fatto con un calcio di punizione battuto sul centrodestra. Quindi fuori dalla zona che sente più sua.

Tutti i palloni giocati da Insigne: un’immagine che parla da sola.

I problemi del Napoli, ovviamente, non nascono da Insigne e/o dal fatto che lui giochi esterno sinistro offensivo di un 4-3-3/4-5-1. Il punto è che questa come qualsiasi altra soluzione tattica – collettiva e individuale – deve essere inserita in un contesto, in un progetto che abbia una sua logica. E che, attraverso questa logica, esalti i punti forti dei singoli e del collettivo. Ieri sera, quando e soprattutto come si sarebbero dovute manifestare le condizioni perché il gioco di Insigne a piede invertito potesse diventare fonte di azioni pericolose per il Napoli? Quali principi e/o quali meccanismi sono stati pensati, studiati e attuati per far sì che ciò accadesse?

La risposta a quest’ultima domanda potrebbe essere: il possesso palla. Ma torniamo di nuovo al punto precedente: per essere efficace, il possesso palla sincopato deve essere veloce e di qualità. Fatto lentamente, non porta a nulla. E infatti la scelta di riproporre Insigne nel suo solito ruolo senza dargli la possibilità di incidere tra le linee, confinandolo a muoversi in un fazzoletto ristretto, di campo è una delle tante cose inspiegabili di Granada-Napoli.

Il secondo gol del Granada

Da questi – evidenti, enormi – problemi a fare gioco, nascono tutti anche gli errori tecnici e di misura del Napoli. I passaggi sbagliati sono ovviamente frutto di una giocata eseguita male da parte dei giocatori, ma il lavoro sulla tattica serve proprio a dare loro soluzioni semplici che possano compensare certi difetti, a creare le condizioni affinché si sbagli il meno possibile. Il secondo gol del Granada nasce proprio da questa mancanza di soluzioni semplici, e basta vedere queste  immagini per rendersene conto.

In alto, il Napoli che porta sette uomini nella metà campo avversaria avanzando sul lato sinistro. Quindici secondi dopo, inizia il video che vedete sopra: il giro palla (lento) è arrivato a destra, Politano si è fatto fermare da un difensore avversario e a quel punto il Granada può ripartire in contropiede.

In questa azione, Napoli tiene per tantissimo tempo il possesso palla, poi per smuovere la situazione Politano forza la giocata ma a quel punto la squadra di Gattuso ha portato troppi uomini in avanti, è sbilanciata, e così offre un contropiede facilissimo agli avversari. Il ribaltamento è velocissimo, certo, ma è vero anche che i difensori azzurri non sono aggressivi, non accorciano mai, né su Machís, il portatore di palla, né tantomeno su Kenedy, che conclude l’azione con un bel diagonale.

Da questa azione, è evidente come il Napoli soffra tremendamente le partite in cui deve condurre il gioco in senso offensivo. Non avendo soluzioni per poter essere davvero pericolosa nella metà campo avversaria, la squadra di Gattuso finisce per spingersi troppo in avanti senza che la difesa assecondi questo approccio salendo a supporto, magari facendo pressione alta. Anche in questo caso il Napoli risulta essere indeciso, mostra di non avere una direzione, resta a metà tra quello che potrebbe fare e il poco che fa, anche perché storicamente il possesso palla intensivo funziona quando il pallone viene recuperato in alto e velocemente, una strategia che diventa difficilmente attuabile con Maksimovic e Rrahmani.

Diversamente, contro squadre che tengono il possesso e tendono a dominare il gioco – come la Juventus vista domenica al San Paolo – al Napoli basta compattarsi e poi provare a imbastire qualche azione offensiva, per sopravvivere. O per cercare di farlo, quantomeno. Non sempre ci riesce, dipende dalla qualità, dall’organizzazione, dalle condizioni degli avversari di turno. Subito dopo la tre giorni di coppe europee, è evidente come non sia stato un caso che il Napoli di questo periodo sia riuscito a battere solo la Juventus di questo periodo, tra l’altro una sola volta su due incontri.

Il Granada

Finora non abbiamo speso una sola parola sul Granada. Non è una dimenticanza, né tantomeno vogliamo mancare di rispetto agli andalusi, ai loro valori, alla loro prestazione. Semplicemente, è parso evidente – lungo tutta la gara – che si trattasse di una squadra di medio livello, con qualche buona individualità sparsa e un certo numero di giocatori che nel Napoli farebbero panchina. La differenza, rispetto alla squadra di Gattuso, l’ha fatta proprio l’allenatore: senza fare poesia né tantomeno ingegneria, lavorando con logica e semplicità, Diego Martínez Penas ha messo insieme un sistema lineare, organizzato e calibrato sulle caratteristiche dei suoi giocatori. Nulla di fantasioso o innovativo o trascendentale, solamente un gruppo di atleti che sanno ciò che devono fare – da soli o secondo meccanismi collettivi – per poter esprimere il meglio di sé stessi. Con il pallone e senza il pallone.

Nel frame in alto, il Granada in fase di possesso: il centromediano fa la salida lavolpiana in mezzo ai centrali; i terzini garantiscono ampiezza, mentre le mezzali occupano i mezzi spazi. Si noti il pressing completamente disorganico del Napoli. Sopra, invece, la compattezza della squadra andalusa in fase di non possesso. Il pressing non è stato sistematico, piuttosto si è attivato quando il Napoli chiudeva troppo gli spazi in impostazione.

Se però riavvolgiamo il nastro della partita, scopriamo che il Granada è stato tutt’altro che invulnerabile. È bastato che il Napoli alzasse – anche solo di pochissimo – l’intensità del suo gioco, la velocità del suo possesso palla, per mettere in crisi gli avversari. È successo solo all’inizio del secondo tempo, per la precisione fino al 70esimo minuto: in 25 minuti, sono arrivati 4 tiri verso la porta di Silva, nessuno è entrato nello specchio ma almeno si è visto un tentativo di prendere possesso del gioco non solo per controllarlo, ma per fare gol.

Solo che questa sensazione è stata palpabile per pochissimo tempo, ed è questa la cosa davvero inspiegabile della partita di ieri sera: perché non iniziare dal primo minuto a giocare con quell’urgenza, con quella foga? Cosa deve fare il Napoli, a casa del Granada, se non cercare di imporre il suo dominio sulla partita fin dal calcio d’inizio con gli strumenti tattici ma anche emotivi di cui dispone?

La risposta a questa domanda, stando alle parole di Gattuso nei vari postpartita, non solo quello di Granada, riguarda la gestione delle forze e la necessità di sopperire all’assenza di tantissimi giocatori. Ma se il Napoli è sotto di due gol al 20esimo minuto, tra l’altro in una partita decisiva, perché non alzare l’intensità subito e per ciò che resta da giocare nel primo tempo? Cosa c’è da gestire, arrivati a questo punto? Se pure (inspiegabilmente) il tecnico non vuole sconfessare le proprie scelte tattiche iniziali, perché non provare a cambiare qualcosa a livello di ritmo? Ad accelerare un po’?

Tutti i palloni toccati da Matteo Politano. Questa immagine non è messa a caso, ha un senso. Tra poco scoprirete qual è.

Non ci sono risposte a queste domande, se non la solita riflessione sull’assenza totale di piani tattici offensivi che vadano oltre il tentativo di creare spazi attraverso il possesso palla. Il Napoli si rifugia sempre e solo in questi meccanismi, e così per gli avversari diventa facilissimo difendersi. Basta chiudere gli spazi centralmente, accettare di perdere il dominio del possesso (percentuale del 60% a fine gara per il Napoli) e pressare al momento giusto, come abbiamo visto negli screen precedenti. Tanto il Napoli non cambia, né tantomeno accelera, al massimo lo fa solo per qualche minuto.

Anche ieri sera, del resto, la squadra di Gattuso ha costruito 7 azioni su 10 passando dalle fasce laterali, stavolta in realtà l’ha fatto di più a destra (40%), anche perché da quella parte c’era un giocatore simil-Insigne come Politano. Pure lui ha manifestato i sintomi della sindrome di Suso, solo sull’altra fascia, come si vede dallo screen in alto.

Conclusioni

Dopo la partita contro la Juventus avevamo parlato di una possibile svolta. Ci eravamo fatti illudere dal fatto che Gattuso avesse trovato la forza e il coraggio per fare qualcosa di nuovo. Per provarci, quantomeno. Granada-Napoli, in questo senso, è stata tristemente rassicurante: il tecnico azzurro è tornato di nuovo indietro e la sua squadra ha manifestato di nuovo lo zero assoluto tattico. Certo, magari le tantissime assenze – quella di Lozano più di ogni altra – hanno sconsigliato piccoli e grandi cambiamenti, ma ora al Napoli servirebbe proprio questo: qualche guizzo, qualche invenzione che permetta di andare oltre ciò che (evidentemente) non funziona più.

Dall’estate 2018, la rosa del Napoli è costruita perché l’allenatore lavori con un approccio da sperimentatore, cambiando sempre schemi e giocatori. Ricorderete i tantissimi tentativi di Ancelotti nella sua prima stagione in azzurro: Zielinski e Fabián in tutte le posizioni del centrocampo; Insigne punta, sottopunta o esterno; Maksimovic terzino che diventa terzo centrale in costruzione.  Gattuso ha messo tutto in soffitta non appena ha sostituito il suo ex allenatore, nel nome di un ritorno al «calcio pensante».

Il punto, però, è che i giocatori che sono stati confermati/acquistati per giocare il calcio pensante (Demme, Lobotka, Politano, Petagna e poi Bakayoko e Osimhen) non hanno avuto l’impatto giusto. Alcuni non sono per niente adatti a questo approccio. E così il Napoli si ritrova con un allenatore che non sa andare oltre un solo spartito, che quando perde i giocatori adatti per cambiare registro – Osimhen e Lozano, alfieri del calcio verticale – si rifugia in un sistema che la squadra non può più reggere. In virtù di tutto questo, e anche per iniziare a programmare il futuro, forse sarebbe il caso di riflettere sulla posizione del tecnico. E su quella di chi ha costruito questa rosa.

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