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Aurelio, sei sicuro?

Risuonano potenti le ultime parole di Ancelotti a De Laurentiis che con quella scelta premiò gli ammutinati e condusse il Napoli sul viale del declino

Aurelio, sei sicuro?

Sei sicuro? Queste furono le ultime parole che Carlo Ancelotti rivolse al presidente Aurelio De Laurentiis nel dicembre 2019, prima che il suo esonero fosse formalizzato. Il Napoli veniva dalla brutta (e mai chiarita) storia dell’ammutinamento, da risultati non esaltanti in campionato e da una qualificazione tutt’altro che scontata in Champions League.

Quelle parole, a distanza di oltre un anno e all’indomani di una orribile sconfitta casalinga contro lo Spezia (in casa, dopo essere andati in vantaggio, in superiorità numerica), risuonano ancora nella stanza dove il divorzio si consumò e abbiamo il dubbio che De Laurentiis non diede loro il giusto peso. Che voleva dire, esattamente Ancelotti?

Voleva chiedergli, con tutta probabilità, se il presidente avesse capito bene cosa stesse facendo. Se davvero pensava che mandandolo via e prendendo un allenatore dalla carriera mediocre e con la fama del sergente di ferro sarebbe cambiato qualcosa. Era sicuro, De Laurentiis, che la squadra avrebbe risolto i propri problemi? Era sicuro, anzi, di aver capito quali fossero i problemi? Era sicuro di riuscire a rimettere in piedi l’unica antagonista della Juventus dei record tentando di restaurare il 433 sarriano e dandola, di fatto, vinta ai senatori che avevano messo in piedi il teatrino del gran rifiuto al ritiro, peraltro deciso dal presidente stesso contro il volere dell’allenatore?

Non sappiamo se De Laurentiis abbia avuto o meno un attimo di esitazione, fatto sta che fu dato il ben servito ad Ancelotti e al suo staff (compreso il tanto vituperato Davide, oggetto di una incomprensibile quanto tenace campagna d’odio da parte dei tifosi) e quasi contestualmente fu annunciato l’arrivo di Gattuso sulla panchina azzurra.

I risultati di quell’avvicendamento li conosciamo: dopo un inizio sconcertante, con l’arrivo di un paio di mediani il Napoli aveva trovato una certa quadra con un assetto ultra difensivista (per chi scrive non è un’offesa, anzi) che valse la conquista della Coppa Italia. Dopo quella vittoria, che assicurò anche la partecipazione alla Europa League, iniziò una lunga fase sperimentale in cui Gattuso ha cercato di dare al Napoli il gioco tanto in voga ai nostri tempi, fatto di un estenuante palleggio che parte dalla propria area di rigore, possesso e giro palla.

Ai nastri di partenza della stagione in corso il Napoli si è presentato con la rosa dell’anno scorso (sono andati via, tra i titolari, solo Callejon e Allan che ha raggiunto proprio Ancelotti) rinforzata da Rrahmani, Bakayoko e soprattutto Osimhen. Tuttavia, nonostante il sergente di ferro e il nuovo staff, gli azzurri sono esattamente dove si trovavano l’anno scorso: settimi in campionato e con il turno passato in Coppa (stavolta l’Europa League). Molto simile anche l’assetto della squadra, con il centrocampo a due che l’anno scorso sembrava una fissazione del mister. Praticamente uguale l’approccio molle e svogliato che il Napoli tira fuori con imprevedibile costanza.

Dunque, stavolta al Presidente la domanda la facciamo noi: Aurelio, sei sicuro che ne sia valsa la pena? Non tanto esonerare Ancelotti (che sicuramente qualcosa di pallone capiva), quanto procedere a questa sorta di restaurazione, darla vinta a chi ha disobbedito e, soprattutto, snaturare il progetto Napoli che in quasi 20 anni hai portato dalla C alla lotta scudetto, ai trofei e alla Champions League?

Perché firmando l’esonero di Ancelotti questo è accaduto, si è snaturato un progetto dinamico, vincente e oserei dire rivoluzionario (per Napoli), per abbracciare la retorica del duro lavoro, del veleno e della maglia sudata. Un nuovo corso fatto di rinnovi contrattuali agli ultra trentenni, mancate cessioni dei pezzi pregiati e consolidamento delle gerarchie dello spogliatoio, incomprensibilmente attuato da chi non aveva avuto dubbi a cedere giocatori come Quagliarella, Cavani, Lavezzi, Higuain e persino la bandiera Hamsik in nome del continuo e proficuo rinnovamento.

Una svolta nostalgica che non ha tenuto conto che lo spogliatoio che si è voluto premiare, è lo stesso che si è palesemente e sfrontatamente schierato contro la società 14 mesi fa, che ha messo le esigenze di qualche senatore davanti a quelle della squadra, giungendo persino ad una sorta di nonnismo nei confronti dei nuovi acquisti come Lozano. Cosa è accaduto al Presidente da metterlo in condizioni di non tutelare persino i propri investimenti? Cosa lo ha convinto che gli ingranaggi avrebbero ripreso a girare a pieno ritmo?

Sei sicuro, Aurelio, che uno degli artefici di questa restaurazioni, mi riferisco a Giuntoli, meriti di essere ascoltato più di quanto non lo meritasse Ancelotti? Valga per tutti la gestione fallimentare del caso Milik, uno degli acquisti più costosi della nostra storia tenuto ai margini del progetto, messo fuori rosa, con tutta probabilità svenduto se non ceduto a parametro zero a soli 26 anni.

È davvero questa la strada che volevi imboccare? Quella di una società in balia degli umori dei senatori? Di un allenatore senza gioco e senza idee che conta i tiri in porta invece dei gol fatti e subiti? Di investimenti sprecati? Di ambizioni castrate?

Sotto la presidenza De Laurentiis, lo diciamo da sempre, il Napoli ha avuto un rendimento costante, ad altissimi livelli, come mai era accaduto prima. Non era scontato e la gratitudine per questo non verrà meno di certo ora.

Ora però sembra imboccata la strada del declino, un piano inclinato fatto di delusioni cocenti come molte delle ultime prestazioni della squadra, prestazioni che non si riesce nemmeno a giustificare con uno sguardo al futuro. Il Napoli in questo momento non è un progetto in divenire, quanto una squadra in decostruzione, il cui destino sembra segnato. Possiamo anche accettarlo in nome di tutto quello che è stato fatto finora e, magari, in vista di una cessione della società, però vorremmo prima accertarci di una cosa: Aurelio, sei sicuro?

 

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