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Il Guardian: “Chi dice “non vedremo un altro Maradona”, lo fa solo perché odia il presente”

“Il calcio era brutto allora ed è brutto adesso. Lo stesso Diego riconosceva che il calcio non può essere un pezzo da museo nostalgico, ma vive e respira”

Il Guardian: “Chi dice “non vedremo un altro Maradona”, lo fa solo perché odia il presente”

Perché dobbiamo per forza osannare la grandezza di Maradona in opposizione a qualcosa? Perché ne stiamo facendo un feticcio generazionale, ostentando la nostalgia di un tempo che non tornerà più? Per Jonathan Liew, giovane e brillantissimo editorialista del Guardian, questo modo di elaborare il lutto per esclusione è tutto sbagliato.

L’articolo è interessante proprio perché fornisce la versione dell’osservatore giovane, che non si ostina a leggere Maradona per quel che era al passato, ma anzi per un immortale.

“La parte più peculiare e dissonante del tributo a Maradona è il tipo che vede nella sua morte la scomparsa di qualcosa di più grande e importante, che maschera in un affetto per il passato un disgusto per il presente. Abbiamo sentito che il calcio di oggi è troppo sterile, troppo aziendale, troppo tecnocratico. Abbiamo sentito che Maradona ha rappresentato un’era del gioco che ora è finita per sempre: un’era di campi paludosi, elettrizzante illegalità e libertà inimmaginabile. Ci hanno informati, con opportune tutele, che entrambi i gol di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986 sarebbero stati annullati dal Var… Beh, lasciate che vi dica come suona tutto questo a un orecchio più giovane: ‘Non vedremo mai un altro Diego Maradona! (Questo vale anche, a proposito, per chiunque sia mai morto.) Il più grande! Non puoi immaginare la gioia e il romanticismo! Il calcio non sarà mai più così bello!’… Forse questo è semplicemente ciò che la generazione Maradona ha dovuto sopportare dalla generazione Pelé, e senza dubbio ciò che le generazioni future dovranno sopportare dalla nostra. La grandezza di Maradona deve davvero opporsi a qualcos’altro?

Scrive il Guardian che andarsene per sempre “è proprio quello che fanno le ere, le epoche”, altrimenti non sarebbero tali.

“Sottolineare la differenza è sempre stato un modo stranamente letterale di interpretare il calcio, uno sport che non è mai stato definito da un solo tempo, da un’unica geografia, da un’unica estetica, ma dalla pluralità e dal flusso“.

Secondo Liew “Non puoi paragonare giocatori di epoche diverse” è una scemenza: “se è per questo non puoi nemmeno confrontare rigorosamente giocatori di diversi campionati, climi o corpi. Nessuno ti chiede uno standard scientifico di prova qui. Questo non è The Lancet”.

“Maradona, da parte sua, non sembrava mai soccombere a tutto questo. Il calcio era brutto allora ed è brutto adesso, eppure non l’ha mai amato di meno, non ha mai smesso di adorare il calcio. Forse perché Maradona riconosceva che il calcio non può essere semplicemente un pezzo da museo nostalgico, da conservare dietro un vetro, da santificare e piangere. Vive. Respira. E quando una parte di essa muore, la luce passa semplicemente a un’altra”.

“Da Maradona a Messi al prossimo campione (e ci sarà, un prossimo campione). Maradona muore, ma Maradona vive. E non solo nelle riprese video sgranate o nella memoria selettiva, ma nella gioia che ha dato, nella gioia che ha trasmesso. Maradona vive nel dribbling di Messi e nella visione di De Bruyne e nelle abilità di Neymar e nell’astuzia di Sancho e nel movimento di Miedema e nella velocità di Mbappé e nell’astuzia di Ronaldo. È lì al parco, al parco giochi, in strada e nell’immaginazione. È tutto lì. Ma devi volerlo vedere”.

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