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“Capitan futuro” è il passato: con Florenzi si chiude l’era dei capitani romani e romanisti

Con il prestito al Valencia finisce una “tradizione” lunga 22 anni: in pochi mesi via Totti, De Rossi e Florenzi. Il destino sfiorato da Insigne

“Capitan futuro” è il passato: con Florenzi si chiude l’era dei capitani romani e romanisti

Il Capitano ora gioca a calciotto con gli amici il lunedì sera. Capitan Futuro è già il passato, dopo aver provato la saudade inversa in Argentina. E il capitano del futuro anteriore, Alessandro Florenzi, è al divorzio consensuale: via in prestito secco al Valencia fino a giugno, “per ritrovare la serenità e un posto in Nazionale”. La Roma non ha più figli suoi, i capitani coraggiosi romani e romanisti. La società di proprietà USA, sull’orlo del passaggio di mano ad un altro tycoon americano, s’è rimangiata in pochi mesi la rotta del calcio identitario, come usa chiamarsi adesso il ritorno al sovranismo emozionale: le radici, la terra, gli uomini del popolo che difendono la città. Via tutto, reset.

Era dal 1984, da Agostino Di Bartolomei, che la Roma non vendeva un capitano romano. Si interrompe, malamente, una striscia di 22 anni: Dzeko sarà il primo straniero ad indossare la fascia dal 1998, da quando Aldair la lasciò al 22enne Francesco Totti.

La Capitale perde pezzi di storia e di retorica costruita sulla carta d’identità, e stavolta non può farlo ostentando i raggiunti limiti d’età. Florenzi va via per consunzione. Fonseca l’aveva ormai inchiodato in panchina, e con l’Europeo alle porte anche il famoso attaccamento alla maglia è andato a farsi friggere. Biglietto andata e ritorno per la Spagna, proprio mentre in direzione opposta arrivano Villar (dall’Elche) e Carlos Perez (dal Barcellona).

Il movente ultraterreno – devo giocare, vado via – funziona vicendevolmente: la società non si riconosce più negli stereotipi, e se c’è da pensionare un mito ingombrante come Totti lo fa. Non rinnova il contratto a De Rossi, e non protegge il suo terzo capitano in successione dinastica. Fonseca non lo vede, e addio.

E’ un po’ il destino sfiorato da Insigne a Napoli, quando ancora la parvenza dettava una linea internazionale e Ancelotti mandava in tribuna il capitano di Frattamaggiore. Poi da queste parti la restaurazione ha riportato tutto ad una dimensione tribale e Insigne è tornato ad ergersi – con un certo successo – al centro del progetto.

A Roma no. Proprio la capitale mondiale dell’orgoglio identitario è passata oltre, dal modello Sensi alla logica della corporation globale. Senza freni inibitori, che ‘local’ va bene fino a quando non diventa un freno alle ambizioni, o agli affari.

Florenzi, tra l’altro, è sempre stato il meno “capitano” dei tre. Sì, in un periodo felice è stato “bello de nonna”, quello della corsa in tribuna ad abbracciarla dopo un gol, quello del tracciante al Barcellona, l’arcobaleno da centrocampo piovuto nella porta blaugrana in Champions League. E’ finito però triturato ben presto tra le critiche della tifoseria, gli infortuni, e qualche equivoco tattico. Mai amato davvero, mai rispettato come gli altri due. Come se tra un cuore giallo e uno rosso, non ci fosse mai stato spazio per un terzo incomodo.

Ora ce ne sarebbe un quarto, in lista d’attesa: Lorenzo Pellegrini, un altro figlio della Roma romanista, che ha in curriculum un po’ di gavetta al Sassuolo, a sporcarne il pedigree di giallorosso in purezza. Ma non ora, non qui, non così.

La storia dei capitani della capitale, romani e romanisti, per il momento si chiude così. Con un mezzo addio, manco definitivo. Un prestito secco dell’anima… e a Roma saprebbero come completare la frase.

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