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Sarà anche calmo, soprattutto Ancelotti è un giocatore d’azzardo

È tutt’altro che pacioso. Le sue scelte, sin da quella di venire a Napoli, sono improntate al rischio e alla ricerca di emozioni forti. E ora sta proseguendo con l’Europa League

Sarà anche calmo, soprattutto Ancelotti è un giocatore d’azzardo
Hermann / KontroLab

Un equivoco, come per la parola democristiano

Questa storia che Carlo Ancelotti sia un leader calmo ci ha portato fuori strada. L’accezione di “calmo”, soprattutto associata al profilo pubblico del mister, è scivolata verso “pacioso” e, da qui, sta andando verso “debole”. Senza neanche buttarla troppo in semantica, è chiaro che il prossimo passo è “fesso”. La calma ancelottiana rischia di fare un po’ la parabola dell’aggettivo democristiano: visto l’innato, anzi strutturale, orientamento della Balena Bianca alla mediazione, è diventato sinonimo di “diplomatico”. Rotolando per accezioni degressive, nell’uso corrente democristiano ormai definisce chi tratta a lungo per non scontentare nessuno. Insomma, il pavido che non si espone, né si impone. Ce ne vuole a dire che la Dc fosse pavida: dalle nazionalizzazioni al caso Moro, era invece un partito assolutamente in grado di prendere decisioni ferme. Allo stesso modo Ancelotti, seppur serafico, sta mettendo in gioco una quantità di coraggio incommensurabile. Il tecnico del Napoli, pur con tutta la sua calma, si dimostra un gambler, un giocatore d’azzardo che continua ad alzare la posta.

Tutto, nella sua avventura azzurra, è un flirtare col rischio. Già accettare la panchina a capo di un triennio sarriano di passioni enormi, dove il sarrismo è diventato una scuola di pensiero, è un rischio. Credere nella rosa, ritenersi soddisfatto di un mercato prospettico, scardinare l’impianto di gioco per sostituirlo non con un nuovo dettato, ma con plurime identità, giocare in trasferta col 4-2-4, far esordire un under 21 spagnolo direttamente in Champions, avallare l’addio di Hamsik a febbraio: è un continuo, settimanale, quotidiano, piazzare le fiches su giocate tutt’altro che semplici.

E lasciamo perdere l’argomento dei sei milioni l’anno e del figlio che lavora con lui. Certo, fanno piacere. Ma ad Ancelotti gli stessi soldi li offriva la Figc. Davide, che lo aveva seguito pure a Monaco, l’avrebbe portato con sé altrove. Gli bastava aspettare: come dimostra il Real, le panchine ballano anche nel calcio che conta. Nel 2018 il leader calmo, con tutta calma, voleva una sfida vera. Un rischio che odora di sangue. Niente soluzioni semplici o alibi preventivi: l’azzardo.

Diverso dagli standard cinematografici del gambler

D’altronde, se fatichiamo a riconoscere il coraggio di Ancelotti, dipende anche dal fatto che lo stesso immaginario comune del gambler è fissato da standard cinematografici che non contemplano la calma. In sintesi, gli archetipi del giocatore sono due: il giocatore dell’alta società, seduto al fumoso tavolo di poker mentre la cupio dissolvi lo divora dentro; e quello plebeo, alla Mandrake, tanto ludopatico quanto caciarone. Ma la vita insegna che la gamma dei giocatori è molto più ampia.

Ancelotti, dunque, in questa primavera 2019 sta piazzando le puntate. La possibilità di entrare nella storia del Napoli è a portata di mano: non già a un passo, ma lì, nel nostro orizzonte. E la storia del mister racconta che mosse del genere, simili spostamenti delle priorità, le ha già fatte. Nella stagione 2002-2003 il suo Milan alla 17esima di campionato era primo in classifica: finì terzo, a 11 punti dalla Juve campione d’Italia e con un solo punto in più della Lazio quarta. Ma vinse la Champions. 16 anni dopo credete che i tifosi rossoneri ricordino meglio uno scialbo 0-0 casalingo con il Chievo a marzo, o la finale di Manchester? Ancelotti lo sa.

Tra il puntare all’Europa League a discapito del campionato e il vincere effettivamente l’Europa League facendo tutti contenti, certo, ci sono una distanza da colmare e un rischio da assumersi: è esattamente il senso del verbo scommettere. Ancelotti sa bene che quando il croupier girerà le carte, tutti tireranno il proprio bilancio della stagione e che questo sigillerà l’opinione che i tifosi avranno di lui. In caso di sconfitta non ci saranno pazienza o pietà: Benitez sta lì a ricordarglielo.

Ancelotti, con calma, non si ferma. È la stessa promessa delle emozioni forti, che sia l’ebrezza della vittoria o la baraonda della sconfitta, a muovere il giocatore. Guardando negli occhi del tifoso azzurro, agitato per il ritardo sulla Juve, in ansia per le milanesi che si rifanno sotto, scontento per i recenti risultati mediocri, Ancelotti potrebbe rispondere come Lemmy dei Motorhead in Ace of Spades: “Se vuoi l’azzardo, sono l’uomo che fa per te: a volte vinci, altre perdi, per me è lo stesso. Il piacere è il gioco, non mi interessa che dici, né la tua avidità, ora mi serve solo l’asso di picche”. Il nostro Ace of Spades è l’Europa League. Se si vince, vinciamo tutti. Se si perde, perde Ancelotti.

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