Volevate la Napoli normale? Eccola: noiosa, imborghesita, che non si eccita per Ancelotti

Non mi convince la tesi della tifoseria demoralizzata a causa della Juventus. Napoli è diventata pretenziosa e lamentosa. Ma un lamento diverso dal vittimismo storico

Volevate la Napoli normale? Eccola: noiosa, imborghesita, che non si eccita per Ancelotti

Una città che non si eccita per Ancelotti

I conti non mi tornano. La stampa ripete da giorni che lo stadio napoletano sarebbe deserto perché il campionato è ormai privo di mordente, la corsa alla Juve è impossibile, i tifosi di conseguenza sono demoralizzati. Non mi convince. O meglio, tutto vero, tutto corretto, ma occorrerebbe trarne le conclusioni, essere davvero consequenziali.

Nei giorni scorsi, anche leggendo le molteplici opinioni pubblicate da Il Napolista, ne avrei voluto scrivere. Poi mi sono accorto che sarei stato ripetitivo, nel senso che oggi scriverei più o meno le stesse cose che scrissi quando c’era Sarri e il Napoli mi sembrava, anche allora, bello, molto bello, forse di più, ma poco cattivo (citavo come contraltare l’Atalanta di Gasperini). Perché è la città, in una sua consistente fetta, ad essersi ammosciata, se volete, imborghesita, impantofolata, rammollita, con la conseguenza che è diventata pretenziosa e lamentosa, ma di un nuovo lamento, diverso dal vittimismo “storico”, e non mi riferisco solo alla diserzione dello stadio, ma a tutto un atteggiamento verso la squadra cittadina.

La pizza non la mangiamo più sul cofano della macchina

Per dire, volevate la “città normale”? Eccovela servita. Finalmente c’è, ed è estremamente noiosa. Come oltremodo insignificante, deprimente, anonimo, è un tifo moralista, che non si eccita nemmeno a vedere che lì, in panchina, c’è un maestro vero, un genio come Ancelotti. Che sperimenta, sbaglia, corregge, lotta con i limiti della materia, dialoga incessantemente con sé stesso, lentamente ma inesorabilmente innova, trasfigura, plasma. Anche solo questo lavoro dovrebbe emozionare, al di là dei risultati (siamo al secondo posto, ad una bella distanza da squadre più blasonate e ricche, abbiamo fatto un ottimo girone della morte in Champions League, dobbiamo disputare la Europa League). Anche, ripeto, il solo assistervi, vedere l’uomo a bordo campo dovrebbe provocare la stessa reazione che si può provare nell’immaginare Caravaggio passeggiare per la prima volta ai Quartieri Spagnoli o un redivivo Andy Warhol starsene a braccetto con Lucio Amelio per le strade della città a discutere della convivenza fatalistica dei napoletani con la morte.

Un triste vulcano spento

Già, la morte. Forse è quello che si inizia a rimuovere, con la sofferenza, con la passione, con l’empatia vera, quando si mettono le pantofole per assistere alla serata di Sky, quando la pizza non la mangi più sul cofano della macchina in un vicolo di Bagnoli o Secondigliano ma dal pizzaiolo anticamorra, quando i ragazzini non giocano più per strada ma vanno nelle scuole calcio, non, si badi, per ricevere una severa disciplina da mister con la tempra e il carattere di un Clint Eastwood ma per essere, ancora, iperprotetti da genitori apprensivi, viziati, coccolati, soffocati. Se fossi un pazzo urlerei: ma meno male che ci sono le paranze dei ragazzini, che al netto degli omicidi, della ferocia, del deprimente effetto che causa la visione di energie e vitalità giovanissime bruciate nel deprecabile e nell’immondo del tribale merdoso, malavitoso e violento, esprimono comunque un innegabile vitalismo, ma un po’ nel mondo dei “sani” ci voglio o ci debbo restare, per cui non lo dico e nemmeno lo penso davvero.

E, però, quel mondo finisce contraddittoriamente per attrarre il buon borghese di un paese intero quando diventa fiction, moderna ripresa dell’epica e della tragedia greca, lezione sui valori eterni, sull’amicizia, sulla vita e sulla morte. E, però, oltre quel mondo è davvero noia, è incessante chiacchiericcio, è stanchezza, è senilità. Un triste vulcano spento, spento e lungi dal riattivarsi, dal poter perciò costituire spettacolo tremendo per gli occhi di un futuro giovane favoloso in fuga dai “nuovi credenti”; una montagna morta che potremmo chiamare normalità. La nostra raggiunta normalità. Al di là della diversità degradata a folclore che vendiamo benissimo agli altri. Normalità.

ilnapolista © riproduzione riservata