Vi racconto perché il Camp Nou di Barcellona è un teatro e un luogo della Independencia

Un giornalista e socio del Barcellona replica a un articolo del Napolista e racconta com’è cambiato il pubblico e il valore storico delle istanze indipendentiste

Vi racconto perché il Camp Nou di Barcellona è un teatro e un luogo della Independencia

Non esistono più gli ultrà

Buona sera; sono un giornalista sportivo e socio del FC Barcelona. Scrivo in merito all’articolo “Camp Nou, 67.435 spettatori, tanti indipendentisti e 200 tifosi” scritto da Pietroalessio di Majo, con l’intento di specificare, chiarire e puntualizzare alcune cose. Ho provato a commentare direttamente il pezzo ma non è stato possibile trovare la via per postare il commento.

L’Estadi del Barça è sempre stato sui generis; la sua tifoseria, il fiore all’occhiello e l’orgoglio del club. Uno stadio, epurato da tutti i radicalismi del tifo più becero, che si è tramutato nel luogo perfetto di incontro di famiglie, bambini, anziani. Da noi a Barcelona non esistono gli “ultrà”. Non esistono persone che vanno allo stadio con mazze, bastoni, catene o coltelli. Semmai esistono papà con mamme e bambini. Non è difficile vedere coppie di anziani, così come capita sovente di vedere una accanto all’altra maglie delle opposte tifoserie che si stanno giocando la partita sul terreno erboso. Dal ripulisti degli anni ’90, con la messa al bando di gruppi radicali (come i Boixos Nois per intenderci, ma non solo), voluto da Nunes, il Camp Nou è un luogo sicuro, tranquillo, pulito. Uno stadio dove è vietato fumare al suo interno e dove è possibile chiacchierare tranquillamente con lo sconosciuto vicino di posto.

È famoso per gli Ohhhh! del pubblico alle giocate di Messi

Un teatro, sì (non un circo. Al circo si esibiscono i clowns, i buffoni e gli animali). Un luogo in cui il sostegno alla propria squadra, eccettuando l’espai d’animacciò a cui si fa riferimento nell’articolo, di recente creazione, è rimesso alla spontaneità del pubblico presente. Un tifo, di conseguenza, naif, genuino, ingenuo, che viene da dentro, dal cuore e dall’anima del barcelonismo. E sempre a favore della propria squadra, mai contro l’avversario come avviene da altre parti. Non uno stadio tra i più caldi certamente. Non il Calderon/Wanda Metropolitano, non San Mamés. Ma caldo abbastanza nelle occasioni che contano. Certamente non la partita contro il Valladolid! Anche le presenze alla stadio, appena 67.000, sono la cartina a tornasole di un incontro di non massimo richiamo.

Il Camp Nou è famoso per gli Ohhhh! del pubblico in risposta alle giocate di Messi, così come nelle stagioni scorse lo era anche per quelle di Iniesta e Xavi, e per la compostezza del suo pubblico. Ma non è sempre così calmo e placido. Il Camp Nou, nelle occasioni che contano, è davvero una polveriera. Cito i Clasicos, la semifinale contro il Bayern dell’ultimo triplete, e la remuntada contro il Psg, il 6-1 in cui parte fondamentale è da iscrivere alla spinta del pubblico, una marea blaugrana che soffia, gonfia, spinge e tutto travolge quando serve.

Il minuto 17:14

In una partita normale e non “ad alto tasso di spettacolarità”, come quella con il Valladolid, con il pubblico che più che altro assiste alla gara senza essere trascinato dai propri beniamini, il minuto 17:14 è il momento di massima unione degli spettatori presenti. Quello in cui tutto lo stadio inneggia alla Independencia e alla libertà per los presos politicos. E qui bisogna capirci ed è necessario che spieghi.

Il Barça, Barcelona e la Catalunya sono una unica entità. Un corpo unico in cui squadra, città e regione si identificano. Il Barça si è sempre fatto portatore delle istanze autonomiste prima, e indipendentiste poi della Catalunya. Ha lottato per essa; ha giocato per essa; ha vinto per essa; è stata punita per essa (nel lontano 1919 il club fu chiuso per 6 mesi, e qualsivoglia attività inibita, come risposta ai fischi del pubblico culé alla Marcia Real che venne suonata dopo l’inno inglese prima di una partita amichevole tra il FC Barcelona e una formazione inglese composta da marinai britannici la cui nave era in porto in città).

La Verguenza de Chamartin

Le istanze indipendentiste non vengono solo da motivazioni “economiche, culturali e di identità”, per usare le parole dell’articolo, ma da ragioni storiche. Provengono da secoli di angherie e soprusi subiti da parte del governo spagnolo. A partire da quel 1714 quando Filippo V di Borbone entrò in città e fece strage di civili. Demolì letteralmente un intero quartiere (La Ribera), e revocò la Carta Costituzionale di Barcelona oltre a chiudere tutti gli organismi costituzionali della città. Sottomise la città con il sangue. Non per niente i cori indipendentisti di cui si è fatto cenno nell’articolo partono esattamente al 17′ e 14” proprio in memoria di quei sanguinosi avvenimenti. Le spinte indipendentiste nascono così. Rinfocolate da due dittature e dal franchismo che aveva vietato l’uso del catalano pena il carcere, modificato il nome del Club (da FCB a CFB), lo scudo e attanagliato la vita dei catalani. L’anima della rivalità dei Clasicos nasce, sopratutto, dalla “Verguenza de Chamartin”, da quell’11-1 di Madrid di Copa estorto negli spogliatoi ai giocatori blaugrana dai militari di Franco con tanto di armi bene in vista. 
La realtà catalana è ben più complicata e profonda di quanto possa apparire all’esterno e molto meno venale di quanto molti possano credere.
Ho reputato opportuno mettere in evidenza alcuni aspetti che, inevitabilmente e non per colpa del giornalista, non potevano essere recepiti da un’occasionale testimonianza esterna.
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