Napoli-Empoli amarcord: Baiano e Ametrano, emigranti tra i due azzurri

Calcio in sottiffa / I destini incrociati di Ametrano e Baiano, cresciuti nel Napoli e poi passati per la squadra toscana, con alterne fortune.

Napoli-Empoli amarcord: Baiano e Ametrano, emigranti tra i due azzurri

Due storie distanti (nel tempo, e non solo)

Come in un alfabeto, la nostra storia oggi comincia così. A come Ametrano, B come Baiano; il resto alle prossime partite e ai prossimi talenti partenopei che non hanno avuto fortuna nel Napoli dimostrando altrove di essere dei buoni giocatori di Serie A. I due ex boys delle giovanili azzurre hanno in comune la militanza nell’Empoli, anche se a distanza di un decennio l’uno dall’altro. Inoltre sono stati, in epoche diverse, a cavallo di due ere ‘storiche’ del calcio a Napoli, nella buona e nella cattiva sorte.

Baiano va ad incarnare il bello, Ametrano il brutto, l’eterna lotta tra gli opposti. Due periodi di una storia, più o meno recente, che oggi sembra lontana anni luce tanto da poterla già raccontare a figli e nipoti. Nel caso dell’attaccante, che ha vissuto l’epopea ‘maradoniana’, diremo solo della magia che si sentiva nell’aria, nel caso del centrocampista, quasi un perno fisso di un Napoli a due anni dal clamoroso fallimento, diremo di una società che si arrabattava tra una fresca retrocessione e la B, le partite in casa giocate ‘fuori casa’, i rigori trasformati da Luppi con l’aiutino ed il cambio di guardia tra Corbelli e Naldi. Insomma, un’eternità, nel bene e nel male.

Ciccio Baiano, prima di Zeman

Uno ricciolino, con un viso da furbetto, di quelli che sembrano risolverti ogni problema pratico; l’altro liscio, spesso con capelli fin sopra le spalle, con un volto che è una via di mezzo tra un indio e uno scugnizzo di Mergellina. Entrambi hanno fiutato l’erba del San Paolo, ne hanno sentito l’odore ma ne hanno mangiata ben poca. Francesco Baiano, ‘Ciccio’ per gli amici, è già nel giro della prima squadra quando Maradona arriva nel Napoli. È il 1984, ha solo 16 anni ma guizzi e piroette molto promettenti, possiede una discreta tecnica, è veloce e conclude in porta con regolarità anche se nessuno poteva prevedere le vagonate di gol che farà in seguito, soprattutto a Foggia e ad Empoli.

Ottavio Bianchi lo studia, lo valuta fino a lanciarlo nella mischia a 17 anni in una gara di Coppa Italia contro la Salernitana e poi in campionato in una trasferta di Genova con la Sampdoria, dove entra al posto di Caffarelli con gli azzurri ad inseguire lo svantaggio del blucerchiato Lorenzo. Il suo campionato, le sue uniche 4 presenze da minorenne, si svolse tutto nell’arco di un mese, tra il 15 dicembre 1985 e il 12 gennaio 1986. Fu subentrante in Samp-Napoli, Napoli-Avellino e Como-Napoli e partì titolare solo in casa con il Pisa (poi sostituito da Penzo). Dopo quella gara, persa in casa per 1 a 0, di lui non leggemmo più nei tabellini. Come il tempo delle mele, il ragazzo aveva bisogno di maturare, troppo acerbo per stare in quel Napoli, poche le speranze anche di fare la terza o la quarta punta.

Ciccio Baiano in prestito all’Empoli

C’è una cittadina toscana che si è appena affacciata alla Serie A dove il calcio si vive senza i patemi e i pathos della grande città, senza le polemiche e le paturnie della metropoli. È Empoli, il posto ideale per il giovane Baiano. ‘Ciccio’ è quasi sempre titolare, in coppia con lo svedese Ekstrom, ma mette a segno solo due reti. Nella gara di Fuorigrotta subentra dalla panchina a Salvadori e gioca l’ultima mezz’ora con il Napoli già in vantaggio di due reti (Maradona e Carnevale). Finirà 4 a 0 sotto un diluvio universale, sesto anniversario del terremoto del 23 novembre 1980. Forse la dirigenza fiorentina si aspettava qualcosa di più in fase realizzativa, forse capisce che nella massima serie ci vogliono giocatori con ‘peli dritti’, che gli sbarbatelli vanno bene finché fai la B o la terza serie.

Così Baiano viene rispedito al mittente, il giovane attaccante torna al Napoli dove colleziona solo due presenze, una in campionato, nella gara vinta contro l’Ascoli ed un’altra, ben più eclatante, quando sostituisce Bruno Giordano nella partita di andata al ‘Bernabeu’ contro il Real Madrid il 16 settembre del 1987. Nel mercato di riparazione Ferlaino lo dà al Parma dove le sue qualità iniziano ad emergere e dove mette a segno 4 reti in 25 incontri. Nel 1988 la svolta, il ritorno ‘agrodolce’ ad Empoli dove esplode e dove finalmente si può scrivere, sull’almanacco, “attaccante”. Le reti sono 14 in 38 partite ma, nonostante questo ottimo rendimento, la squadra toscana retrocede in Serie C1 dopo lo spareggio col Brescia.

Il Foggia più bello

Questi sono gli intrecci con le maglie azzurre, quella del Napoli e quella dell’Empoli. La sua carriera diventò bella e impossibile con il Foggia di Zeman (che trio con Signori e Rambaudi!) , dove sfiorò la media di una rete e mezza ogni due partite e diventò capocannoniere della serie cadetta con 22 gol. Cifre mostruose, calcio spettacolo, champagne e bollicine, offre il tecnico boemo. Fu questo forse il periodo più bello della sua carriera dove arrivò anche la chiamata della Nazionale di Sacchi che lo impiegò due volte da titolare.

Da segnalare anche l’esperienza in Inghilterra al Derby County, alla Fiorentina e soprattutto un finale di carriera dove divenne un idolo della Sangiovannese (segnando anche contro il ‘suo’ Napoli nel secondo anno di Serie C dell’era De Laurentiis); e dove, con la Sansovino, smise col calcio giocato a 41 anni. A conti fatti il nostro piccoletto e sgusciante ‘bomberino’ ha trascorso un quarto di secolo calcando i campi dalla A alla C. Se non è un record di longevità questo manca davvero poco.

Ametrano

Raffaele Ametrano arriva a Napoli dalla sua Castellamare – dove finirà di proposito la carriera a 37 anni con la Juve Stabia – quando è un ragazzino da primo anno delle superiori. La sua gioia più grande, in quel periodo, è fare il raccattapalle della squadra di Maradona; così prova felicità di un primo e storico scudetto da bordo campo. Sta imparando, certo sta apprendendo i rudimenti da Bagni, Ferrara, De Napoli, forse ha già capito che da grande vorrà fare il centrocampista e all’occorrenza il difensore anche a dispetto di un’altezza che non lo aiuta. Ma crede fortemente che quello stadio, il San Paolo, un giorno potrebbe essere il suo.

Lui, tifoso sfegatato del Napoli, adesso si guarda i suoi idoli ad un metro di distanza. Dopo lo studio, il trionfo. Si fa il giro d’onore quel 10 maggio del 1987, insieme a Puzone, De Rosa e Cannavaro, esulta, gioisce, piange di gioia. Poi la routine delle giovanili fino alla favola che raccontano un po’ tutti. Maradona, guardando un allenamento degli allievi, vide che Raffaele aveva le scarpe rotte. Lo avvicinò e gli regalò un paio di scarpini nuovi. Immaginiamo la scena. “Un uomo buono e generoso che non faceva sentire il peso della sua fama e un ragazzo che rimase senza parole”. Sembra un titolo di un film della Wertmuller.

Ametrano all’Empoli

Ametrano è in rosa già nel campionato 91-92 ma non viene mai impiegato da Ranieri. Iniziano per lui le peregrinazioni tra i campionati e le squadre fino a quando la Juventus non lo acquista dall’Udinese. È forse in quel momento che a Napoli iniziarono a fischiare molte orecchie, e qualcuno si cosparse il capo di cenere per essersi fatto sfuggire l’ennesimo scugnizzo di valore. Sarà la Juve stessa, però, a darlo all’Empoli dove Ametrano gioca con una certa regolarità e mette a segno anche 3 reti nel campionato 1997-98. Avrà lo stesso destino di Baiano quando la squadra toscana viene a giocare al San Paolo. Anche lui subentra dalla panchina, Spalletti lo mette in campo al posto di Martino quando il Napoli è già avanti per due a zero (Bellucci e Protti). Finirà 2 a 1 con la rete di un altro napoletano ‘emigrante’, Carmine Esposito.

Quando il suo destino incrocia finalmente quello dell’azzurro del cuore napoletano, qualche anno dopo quello dell’Empoli, la barca partenopea naviga in acque tempestose. E’ l’inizio del nuovo millennio, la serie A è un ricordo fresco ma appare lontano per come è finita, con gli strascichi di Parma e Verona che inzupparono un gigantesco biscotto. Vi dicono niente nomi come Alessi, Malafronte, Gragnaniello, Roccati e Russo? Esploderanno mai Montezine, Graffiedi e Bigica? Cosa possono offrire i già navigati Luppi, Bonomi, Villa e Rastelli? Come farà De Canio a far coesistere tutti questi elementi con i ‘retrocessi’ Vidigal, Husain, Jankulowski, Magoni, Mancini, Saber, Sesa, Stellone e Moriero? Sulla carta questi ultimi sono dei buoni giocatori ma, quando si affronta l’onta di una retrocessione, il rendimento dell’anno successivo diventa come l’anguria in estate. Non si sa come esce.

Ametrano nel Napoli 2001/2002

Quindi, si tenta la risalita in A, con dei punti interrogativi grossi e grandi come macigni. Eppure De Canio fece miracoli, questo va detto. Dopo il nubifragio di settembre che rese inagibile il San Paolo per 5 mesi costringendo il Napoli a giocare una gara a Cava dei Tirreni e sette a Benevento, la squadra mancò la promozione per poco chiudendo al quinto posto, a sei punti dalla zona ‘calda’. Un quarto posto utile per il passaggio in A che fu proprio conquistato dall’Empoli. Ametrano diede il suo onesto contributo giocando 22 gare e barcamenandosi nel raccordo tra centrocampo e difesa.

Fu, quindi, schierato da classico mediano, da difensore esterno e qualche vota anche sulla fascia come esterno d’attacco. Un jolly dinamico, combattivo, tecnicamente non eccelso (ma erano le qualità che anche la Juve, amante di giocatori in stile Furino e Bonini, aveva intravisto nel calciatore partenopeo) ma che finiva sempre la partita con la maglia sudata. Gli mancò solo il gol, quello non era il suo pane quotidiano. Eppure, se fosse arrivato, siamo sicuri che sarebbe corso in modo forsennato ad abbracciare i raccattapalle verso la Curva. Come faceva lui col Napoli dei Campioni.

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