Kolarov-Burioni non stimola un tifo più competente

Il successo del calcio sta anche nella pluralità di approcci e anche nel suo essere accessibile a tutti, il contrario di tecnicismo e scientismo

Kolarov-Burioni non stimola un tifo più competente

Gli intellettuali e il calcio

C’era una volta un modo di intendere e vivere il calcio ed era una faccenda assai seria, molto di più di quanto si voglia far credere sia oggi questo gioco. Il business ha prevalso su tutto, si dice, ci sono tanti interessi intorno al gioco, è vero, ne parlano tutti, Report ci fa le inchieste, gli ultras senza dubbio condizionano le società e si creano in alcuni casi non più tollerabili connivenze. Ma tutto ciò null’altro è che l’esito di una perdita di serietà, di una degradazione del gioco.

In passato di calcio si occupavano intellettuali autentici, da Soriano a Fontanarrosa, a Roberto Bolano mentre qui da noi c’era un anticonformista come Bianciardi, che però non aveva la puzza sotto il naso, uomo di sinistra, anarcoide, prendeva per il culo i fighetti di sinistra come Feltrinelli (come racconta l’episodio del cappotto, cercatevelo in rete), ci donava capolavori come “La vita agra” e aveva anche il tempo di prestare la sua firma al Guerin Sportivo negli anni 1970-1971. Le pagine dei giornali, in generale, erano riempite da pezzi di scrittori veri, inventori di lingua, come Gianni Brera, mentre la sacralità dell’evento era temperata dell’ironia intelligente e viva di un Beppe Viola, che scriveva canzoni con Jannacci e, soprattutto, viveva (ciò che secondo la Pivano non fanno gli scrittori italiani, almeno da un certo tempo in poi). C’era perfino una autorevole scuola napoletana del giornalismo sportivo, con Antonio Ghirelli in testa. Ma a fronte di questo interesse del mondo intellettuale, nessuno si sognava di bacchettare i tifosi in quanto tali, nessuno osava chiedere la chiusura del bar dello sport, semmai canzonato giocosamente dalla commedia all’italiana di Lino Banfi.

Il pallone è alla portata di tutti

Ora abbiamo la sparata di Kolarov con cui fare i conti. Tutto buono, tutto giusto, ma siamo convinti che il problema siano i tifosi, il loro modo di vivere il calcio ? Che siano la malattia e non piuttosto il sintomo di altro? Qualcuno percepisce quella del calciatore serbo come una sana ribellione a un mondo che ha preso troppo piede, al dominio dell’incompetenza in questo come in altri campi. Sembra che finalmente ci sia chi autorevolmente lo afferma, senza peli sulla lingua: il calcio, come la scienza, non è democratico. Kolarov come Burioni!

Sennonchè, il pallone, se scienza è, è una scienza piuttosto semplice, che possono capire tutti o quasi. Più calzante sarebbe l’accostamento all’arte, al teatro, quello popolare innanzitutto: la competizione calcistica, ma vale per ogni competizione sportiva, non è la vita reale ma ne è una drammatizzazione, la messa in scena degli eventi di una comunità, forse anche di una lotta che riguarda tutti, quella dell’uomo con la morte. Lo afferma un estimatore, quale è chi vi scrive, della tradizione di calcio spettacolare che esplode qui da noi con Sacchi e giunge fino al bel gioco di Sarri, che si dipana da Cruijff e diventa egemonia, forse anche eccesso di politically correct, col tiki-taka di Guardiola: la spettacolarizzazione ha offuscato in qualche misura l’epica del calcio. Ma senza, quello sport non ha più granché senso, è mera evasione, lo capisce bene chi apprezza, o comunque non snobba, perfino una partita come quella di calcio anfibio di Genova. Su una testata come quella che leggete, del resto, avete letto spesso spiazzanti ma giusti apprezzamenti per le dichiarazioni di un allenatore come Allegri che insiste da tempo sulla secondarietà della tecnica. E in ogni caso, impensabile è l’affermarsi di un pensiero unico calcistico, mentre una pluralità dei modi di concepire il gioco va assolutamente preservata.

Non serve aver partecipato ai corsi di Coverciano

Ecco, il successo del calcio sta anche nella pluralità di approcci e anche nel suo essere accessibile a tutti, il contrario di tecnicismo e scientismo: non è necessario aver partecipato ai corsi di Coverciano per poterne parlare, la legge della vittoria, della sconfitta, della lotta, sono alla portata della comprensione di chiunque. E Kolarov dovrebbe avere più rispetto: senza i tifosi da bar dello sport starebbe a giocare in qualche campetto sterrato.

Piuttosto, ci sarebbe altro da far capire al tifoso medio. Per esempio, limitandoci alla nostra realtà, ci sarebbe da riportare un po’ di senso della misura, e anche un po’ di rispetto per il lavoro altrui, e penso ad esempio agli incredibili sforzi e ai connessi risultati di questa società negli ultimi anni – specie a fronte dei magri risultati della politica e dell’amministrazione cittadina – ma anche alla statura di un uomo come Ancelotti, che purtroppo questa estate era visto in città come un pensionato di lusso venuto qui a Napoli a trascorrere un declino dorato, ma sono aspetti che hanno a che fare anche con come ci percepiamo noi napoletani, con la nostra scarsissima autostima.

È la missione che andrebbe sviluppata da chi ha a cuore le sorti della città e si concepisce come élite. Un compito che avvertono in pochi, di meno ancora hanno le palle di attuare. Costoro però sanno bene che le resistenze più pervicaci provengono non dal “popolo” – che brutta parola!, esclamerà il lettore sensibile e colto – quanto dalla borghesia cittadina (sarà un caso che Governale, il direttore della DIA, solo poche ore fa registrava interessi convergenti tra questa e la criminalità organizzata?).

Il richiamo della parola “popolo”

Siamo davvero strani, di questi tempi. Soffriamo ogni richiamo della parola “popolo”, associandolo con automatismo riduttivo al salvinismo/grillismo, dimenticando non tanto il nazional-popolare di Baudo quanto quello di Gramsci, però abbiamo gli occhi lucidi e siamo un po’ invidiosi quando vediamo al San Paolo i tifosi dello Stella Rossa cantare Bella Ciao a squarciagola e in serbo. Strani, sì, contraddittori, ma non ce ne accorgiamo mica.

L’atteggiamento Kolarov-Burioni in realtà produce la reazione del “tifosismo” o la alimenta, non stimola un tifo più competente. Un po’ come il governo dei dilettanti, anzi dei “rancorosi ultimi della classe che hanno preso il potere”, come lo ha etichettato qualcuno, è del tutto speculare all’opposizione fatta dai primi della classe col ditino sempre alzato, quelli che a scuola non passavano il compito manco morti.

Nello sport, nel calcio, sport popolare per eccellenza, la dimensione “bar dello sport” non può essere eliminata, non è giusto che lo sia, è anche un po’ il sale di questa faccenda che ognuno possa dire la sua. Semmai, il problema vero è un altro, sono i giornalisti tifosi, oltre a quelli embedded, è il racconto del calcio che si è enormemente impoverito, che ha perduto il gusto della lingua, oltre che della celebrazione del gesto calcistico, della “malattia”, naturalmente dell’epico. E che produce tifosi sempre più “tifosotti”, vale a dire meri, pretenziosi, capricciosi spettatori/consumatori/consumisti dell’evento calcistico.

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