Perché Ancelotti è un buon cattolico

Risposta a Renato Farina sul senso della bestemmia e sul perché Ancelotti e il suo familismo morale vanno difesi

Perché Ancelotti è un buon cattolico

C’è bestemmia e bestemmia

Renato Farina, sei un cattolico ruspante, controriformista, cresciuto all’ombra di un gigante come Don Giussani, dunque sufficientemente immoralista per non capire.

Ad esempio: che c’è la bestemmia-bestemmia (intenzionale) e la bestemmia-imprecazione, a volte frutto di abitudine (cattiva), mero intercalare (specie in certe zone d’Italia). Che solo la prima è davvero grave. Che Carlo Ancelotti, non solo è un galantuomo, che si sarà pure pentito dello scivolone senza attendere che tu lo riprendessi sulla stampa nazionale, ma è anche un buon cattolico, un familista (morale), un “italiano vero” (cit.), che ama le osterie più dei ristoranti chic, il parlar chiaro e sincero più dei bizantinismi, un uomo che sarebbe piaciuto, appunto, al Gius.

Farina, avrai letto senz’altro il teologo francese Jean-Luis Bruges che opera una distinzione netta: nella bestemmia la protesta verso Dio si traduce nell’attribuzione volontaria e consapevole di falsità al suo indirizzo, invece nell’imprecazione irriverente opera il modo di dire, e la falsità non è detta per il suo vero significato, non c’è cioè volontà di offendere, eresia.

Lo sai, lo ammetti anche tu, si bestemmia o impreca, nel nostro paese, più per leggerezza, per costume, solo a volte – è vero – anche per disperazione. 

La bestemmia è innanzitutto cattolica

Ma vale la pena di evidenziare come la bestemmia sia innanzitutto cattolica, appartenga cioè a paesi soprattutto cattolici. Ne sono stati maestri in letteratura francesi come De Sade, Celine, Rabelais o Arnaud, irlandesi come Joyce, italiani come Pasolini (“usignolo della chiesa cattolica”) e Tondelli (cattolico anch’egli). E infine Benigni (in “Berlinguer ti voglio bene” una mitragliata di bestemmie di circa 5 minuti).

Giovanni Testori scriveva «T’ho amato con pietà / Con furia T’ho adorato / T’ho violato, sconciato / bestemmiato / Tutto puoi dire di me / Tranne che T’ho evitato».

Aggiungendo altrove: “Io credo che anche le ribellioni, le bestemmie – quelle con cui io stesso ho sconvolto la mia vita – quelle vere hanno al fondo uno strazio di dolcezza”.

Non a caso, Renato Farina, tiro in ballo l’autore di “Il ponte della Ghisolfa” e “Interrogatorio a Maria”, che non solo si convertì al cattolicesimo ma altresì aderì a Comunione e Liberazione, movimento al quale da sempre sei legato.

È una invocazione viscerale

C’è bestemmia e bestemmia ma quel che mi pare di capire, da non bestemmiatore, è che se chi bestemmia viene giudicato troppo spesso superficialmente come maleducato, volgare, irriguardoso del sentimento religioso altrui, più che di Dio (immagino poco attento a quanto dicono gli uomini e più al loro cuore), lo spirito religioso autentico, invece, nel mentre condanna la bestemmia ne sa scorgere (in alcune di esse) quasi un connotato di lode, comunque il segno di una sottomissione, una parentela col suo opposto, la preghiera.

Possiamo ragionevolmente sostenere che in alcuni casi la bestemmia è una invocazione viscerale, scomposta, una sorta di bizzarra preghiera, che ha in sé, per citare di nuovo Testori, “uno strazio di dolcezza”. Nulla di paragonabile alla bestemmia massima, che è l’omicidio, o ad altri affronti alla dignità, alla libertà, al rispetto delle persone ma anche alla giustizia e alla carità (per esempio, lo stupro e altre forme di violenza, anche quotidiana, sui luoghi di lavoro, nei rapporti interpersonali). L’imprecare è in fondo un pregare strambo, un im-pregare. Comunque il riconoscimento che una divinità c’è. Che è presente. Anche se siamo convinti ci abbia lasciati da soli. Da questo punto di vista, la bestemmia, l’imprecare sono solo un tentativo – impossibile – di esorcizzare la nostra sottomissione alle potenze del cosmo, quelle che noi cattolici, caro Farina, definiamo “Dio”.

Carletto va difeso

Ascoltami, Farina, Ancelotti va difeso, salvaguardato, additato a modello di vita per degli italiani ormai bolsi, mediatici, preda del nichilismo e dell’ignoranza, fatti per il 90% d’acqua e per l’altro dieci % di inconcludente boria sbirresca. È un italiano pregno dei migliori valori. L’ho visto accanto al figlio, in panchina o nelle riprese degli allenamenti: i sorrisi che si scambiano, la complicità, il modo con cui il giovane Davide guarda con fiducia il papà/patriarca, non possono non commuoverti.

Carletto, non dimenticare, ha sposato la figlia, la bella Katia, in chiesa, nella meravigliosa piccola basilica benedettina di S.Angelo in Formis: unita in matrimonio, con abito bianco, a Beniamino Fulco, all’epoca nutrizionista del Real guidato da Carlo (altra riprova del familismo morale di Carlo).

Forse, con quella perdita del bon ton di domenica scorsa Carlo ha mostrato che non si può essere sempre e comunque calmi e sereni, che questa veste cucitagli addosso è – come tutto ciò che la stampa sottolinea alla noia per creare un personaggio – un po’ falsa e comunque va relativizzata (come fanno i buoni cristiani, che relativizzano quasi tutto), che essa ha finito per renderlo agli occhi dei più un po’ inumano, che forse è vero anche quanto sostiene Tolstoi, che “per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima.”

La vittoria è un’illusione

Carlo in realtà è un vincente, ma Tolstoi ci sta bene, non fosse altro che per ricordarci che la vittoria è pur sempre, anch’essa, un’illusione.

La squadra non aveva appreso la lezione, non rispondeva alle sue indicazioni, restava schiava degli automatismi  del “bel gioco” sarriano, la batosta si faceva sonora, l’uomo dentro di sé rivolgeva uno sguardo al mondo celeste, a Dio, alla Madonna, in qualche modo imprecando si rimetteva a loro riconoscendo il limite dell’azione umana, in primis della sua: non credo, Farina, che si possa definire propriamente un pronunciare Dio, o la Madonna, invano. Non ritengo che l’intemperanza del nostro sia assimilabile a talune vignette o campagne pubblicitarie (penso a quella di Hogre e al suo “Ecce Homo erectus”), per le quali in ogni caso invochiamo, è vero, la libertà di espressione (compresa quella di chi le critica).

Si deve sempre contestualizzare, come affermò Monsignor Rino Fisichella a proposito della bestemmia di Berlusconi. Sì, il tuo, il nostro Silvio. Non mi ricordo all’epoca se ne scrivesti ma sono stracerto che avresti condiviso l’autorevole opinione dell’arcivescovo e teologo.

(Mario Colella, teologo all’Università del Sacro Cuore di Soccavo)

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