Sono stato juventino, ma poi il miracolo Maradona mi ha insegnato il Napoli. E la verità

Una storia di redenzione, dopo un’infanzia vissuta da juventino. Merito di Maradona e delle sue vittorie, della gioia incontrollabile di una città.

Sono stato juventino, ma poi il miracolo Maradona mi ha insegnato il Napoli. E la verità

Indiani e cowboy

Sono stato juventino, ed avrei voluto arruolarmi nella cavalleria dei nordisti. Ero piccolo, e papà era appassionato di John Wayne e non di calcio, e mamma di Rossella O’Hara, e dei film in bianco e nero; per noi i cow boy (quelli buoni) erano eroi, ed il trombettiere della cavalleria con le giacche scure (blu!) era la salvezza dagli indiani. Popolo arretrato, rozzo e selvaggio. I selvaggi uccidevano sogni d’amore, toglievano gli scalpi ai papà, violentavano le mamme, rapivano i bambini piccoli terrorizzandoli e costringendoli a vivere con loro, al freddo. Non capivo mai il perché.
Aspettavo la cavalleria, che arrivava puntuale per salvare il mito del grande sogno americano.

Poi è arrivato il revisionismo, poi è arrivata la verità. Ho dovuto dire al piccolo romantico che era tutto un cumulo di falsità, propinato dal grande cinema americano. Solo dopo ho iniziato a fare il tifo per gli indiani. Ma era tardi ormai. E quel bambino ha dovuto dimenticare la cavalleria blu. La pellicola si era tinta di rosso. Il rosso del popolo nativo del continente americano, annientato dalla barbarie di una delle invasioni più cruente della storia dell’uomo. Il rosso del sangue versato da una razza che è stata eliminata dalla faccia della terra. Anche attraverso quelle saghe che mortificavano la vera storia, che ne scrivevano di altre.

Anche attraverso le sue lacrime, le lacrime sbagliate di un bambino inconsapevole. Ed ero piccolo, con gli zii, ed i cugini e qualche fratello (gli altri fortunatamente seguivano la via dell’indifferenza paterna e della resistenza passiva), tutti pieni della grandezza dell’invasore sabaudo, contenti di fare parte della storia vincente della classe dominante, personificata dai grandi costruttori di automobili, la trasposizione nostrana della storia che sempre si ripete, perché scritta dai vincitori. Ed il tifoso napoletano relegato al ruolo di perdente, di sporco, di barbaro, di rozzo. E quel bambino, anche lui contento di essere parte di quel mondo; inconsapevole, ma felice. Impregnato del modo di festeggiare del cortese sabaudo. Pacato, senza eccessi.

L’autobus

L’ho difeso finché ho potuto quel bambino juventino. Ma poi il miracolo Maradona, e la travolgente, indicibile contentezza di tutto il popolo napoletano, una città intera trasformata ed unita contro il nemico, contro l’invasore, contro il re. La conversione totale, il completo abbandono del piccolo a se stesso avvenne sul tetto di un autobus requisito dalla folla diventata un sol uomo, rivivevo i racconti della resistenza napoletana quando le folle festeggiavano vere liberazioni e requisivano antiaree e non semplici autobus. Mio nonno nascosto nel cimitero, a sparare sui tedeschi perdeva il compagno, io dal tetto del bus perdevo il mio amico.

Dovetti tradire quel bambino, per insegnargli la verità. Dovetti dirgli che i nativi americani non ci sono più. Per scrivere la loro storia. Dovetti dirgli che il bus dove ci eravamo arrampicati era prodotto a Torino. Dovetti dirgli “grida forte prima che sia troppo tardi – prima di essere sterminato”. È vero, sono stato juventino, è vero avrei voluto arruolarmi nella cavalleria dei nordisti.
E per questo, il mio grido si sente più forte. Gli indiani sono morti, ma Napoli no.

Raccontate al Napolista il giorno all’improvviso in cui vi siete innamorati della squadra partenopea, scrivete a redazione@ilnapolista.it 

ilnapolista © riproduzione riservata