Gabbiadini finisce in panchina anche al Southampton

Un problema di ruolo, soprattutto: non è mai stato un centravanti, è una seconda punta. Anche il manager dei Saints Pellegrino sceglie un altro tipo di attaccante.

Gabbiadini finisce in panchina anche al Southampton

Numeri e calciatori

Non è una questione di gol, o meglio non solo. Manolo Gabbiadini non segna, nel Southampton, perché non gioca. Non gioca da titolare, in quello che dovrebbe essere il suo ruolo (teorico), quello del centravanti, il manager Pellegrino schiera l’irlandese Shane Long. In tutto, per l’ex attaccante del Napoli, sono 9 presenze da titolare in questa stagione, tra Premier, Fa Cup e Coppa di Lega. Ultima partita giocata fin dal primo minuto: Chelsea-Southampton, sabato 16 dicembre 2017. La penultima risale al 4 novembre. Si tratta di due match persi dai Saints, ma questo è un dato laterale. O forse no.

Ci risiamo. Manolo Gabbiadini è stato di nuovo “smascherato” dal campo, esattamente come successo a Napoli. La sua dimensione di e da attaccante è stata subito “cancellata” dai fatti, anche perché se Pellegrino schiera Long un motivo ci sarà. Ed è anche semplicemente individuabile, basta guardare con attenzione un video-skills dell’attaccante ex Hull City. Long è un english forward di tipologia non classica, un corridore che punta la porta in verticale, attacca il centro dell’area piccola sui cross, si fa servire in profondità e corre spalla a spalla con i difensori. Non è altissimo ma ha un fisico prestante, lontano dalle misure lunghe ma esili di Gabbiadini.

Insomma, è un centravanti. Un numero nove, non come Vieri o Sherarer o Icardi, più simile a Immobile per caratteristiche e tipologia di gioco. Ma interpreta il ruolo per quello che serve a Pellegrino. Gabbiadini no, invece. Ancora una volta, il suo talento finisce ingabbiato in una definizione di ruolo che non trova sbocchi nella realtà.

Milik, Mertens e ora Shane Long

Tattica e calciatori

La sensazione rispetto a Manolo Gabbiadini non cambia, quando invece è cambiato l’intero sistema di contorno. Il Southampton di Pellegriono gioca in maniera diversa rispetto al Napoli, ma anche rispetto all’edizione di Claude Puel: nella scorsa stagione, il manager francese “adottò” fin da subito Gabbiadini, schierandolo prima punta. Un buonissimo impatto, poi la progressiva implosione. Il cambio di allenatore ha finito per mettere a nudo quello che è il vero difetto dell’ex Atalanta, Bologna e Sampdoria: una collocazione indefinita in molti sistemi di gioco.

Gabbiadini, a questo punto ci pare chiaro, non è adatto a interpretare il ruolo di prima punta. Non è un attaccante associativo come Mertens, né tantomeno un centravanti completo come Higuain o un riferimento offensivo di buona qualità tecnica come Milik. È un calciatore dal talento eccezionale, ma limitato nelle sue potenzialità da richieste troppo alte alla sua squadra. Per rendere al massimo, Gabbiadini ha bisogno di poter azionare il suo sinistro da media distanza, quindi di spazi aperti da un attaccante che gli faccia da spalla, o comunque di spazi da attaccare partendo da dietro.

È la definizione della vecchia seconda punta, un “ruolo ideale” diventato anacronistico nel calcio moderno. Se torniamo indietro con la mente alle migliori partite di Gabbiadini a Napoli, con Benitez, ricordiamo i benefici tattici che la presenza di Higuain garantiva a Gabbiadini. Manolo è stato schierato come trequartista (seconda punta), ma anche come esterno destro, ed ha reso benissimo perché c’era un riferimento offensivo che occupava – fisicamente e concettualmente – lo spazio presidiato dai centrali avversari.

Tutti i gol di Gabbiadini a Napoli. In tante azioni, è decisivo il movimento di Higuain

Domani

Oltre alla tattica, è anche una questione di attribuzioni e responsabilità. Gabbiadini ha dimostrato di avere sangue freddo e grande concentrazione nei momenti topici – si pensi ai rigori segnati contro Besiktas e Fiorentina, prima di lasciare Napoli -, ma questa qualità è stata evidente solo nei momenti in cui c’era da completare una giocata tecnica. Non tattica. Un calcio di rigore, appunto. La responsabilità di essere il centro gravitazionale del gioco d’attacco è sempre stata un peso per lui, soprattutto nelle partite più importanti. Una situazione ricorrente quando il livello della partita si alza, e succede in Premier come nella lotta scudetto in Serie A. Qualcuno ricorderà – giustamente – la doppietta segnata nella finale di League Cup, pochi giorni dopo il trasferimento in Inghilterra. Ma resta un caso isolato, un exploit singolo. In mezzo a tante delusioni progressive.

Il futuro di Gabbiadini, oggi come oggi, è indecifrabile. Anche perché è ormai indecifrabile la reale cifra del suo talento. Parliamo di un calciatore non all’altezza di essere protagonista vero a certi livelli? Parliamo già di un incompiuto, di un potenziale campione che ha sprecato le sue qualità? Gli indizi, la sua ennesima scomparsa, spingono in questa direzione. A noi dispiace, a modo nostro abbiamo voluto bene a un calciatore psicologicamente fuori posto in un ambiente difficile come quello napoletano. I fatti, però, ci dicono che forse era anche un po’ colpa sua. Southampton è un indizio, forse anche la prova che serviva per certificare una consistenza distante da una dimensione internazionale. Che peccato.

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