Massimo Zollo studia i tumori infantili e allena gli adolescenti a basket col metodo Sarri

Ricercatore genetista alla Federico II e al Ceinge: «Napoli non è la città ideale per lo sport. In Italia siamo malati di burocrazia, tutti i miei allievi ora sono all’estero»

Massimo Zollo studia i tumori infantili e allena gli adolescenti a basket col metodo Sarri

La parola d’ordine è sarrizzare

«Molti istruttori di pallacanestro napoletani applicano il metodo Sarri. A volte ai ragazzi diciamo proprio che ci dobbiamo “sarrizzare”: cercare nei dettagli gli automatismi per cui tutta una squadra fa una stessa cosa e bene. Tutti attaccano, tutti difendono».

Parola di Massimo Zollo. Ricercatore genetista, professore all’Università Federico II e Group leader del CEINGE-Biotecnologie avanzate, studia i tumori in età pediatrica e malattie genetiche del cervello nel bambino. Ex giocatore di pallacanestro (a 17 anni giocava in serie A2), allenatore dell’Under14 della Vivi Basket Napoli. Sogna di aprire con la moglie un agriturismo con annesso allevamento di labrador, di cui è appassionato. Un napoletano “eccellente”, che di recente ha contribuito a due scoperte scientifiche importanti, pubblicate negli ultimi giorni su riviste internazionali di alto impatto quali Cell e Brain. Con lui abbiamo parlato di sport, di genitori, di nuove generazioni e di scienza e burocrazia.

Per il professore Zollo Maurizio Sarri è “l’Allenatore”, da cui anche gli allenatori di pallacanestro attingono sia per la fase della preparazione che per quella dell’applicazione tattica. «Sarri con il Napoli ha saputo vedere le eccellenze in ogni giocatore e le ha esaltate, mentre ha tenuto nascosti i difetti – spiega Zollo –. Sembra una banalità rapportata al lavoro che è chiamato a svolgere un allenatore. Ma Sarri questa operazione l’ha fatta realizzando un calcio integrato».

Che significa “integrato”?

«Mi riferisco al modello di pallacanestro integrata di Ettore Messina, Andrea Capobianco e poi Roberto Di Lorenzo, dal quale è nato il progetto Vivibasket, che pone al centro la persona, con le sue emozioni e le sue relazioni e ha lo scopo di far crescere i ragazzi mentalmente, oltre che dal punto di vista tecnico. In una pallacanestro integrata il giocatore deve saper fare quasi tutto, ci sono i ruoli ma il singolo deve sapersi integrare nel team. Non ci sono idoli, non c’è il Maradona, ma parti di un sistema. Parlo da allenatore ovviamente, non da tifoso… e nemmeno da genitore».

Zollo

«Ma anche in questo sistema ci sono dei problemi. Prevalentemente di tipo culturale, ed anche e soprattutto di tipo “manageriale e di marketing”, mancano le risorse. Come lo si compensa? Si chiede ai genitori di fare sacrifici e questi diventano i finanziatori dei propri figli e quindi il meccanismo si inceppa perché chi finanzia esalta il suo gioiello».

I genitori… a volte così invadenti

«Il tifoso vuole vedere il Maradona, il genitore vuole vedere Maradona nel proprio figlio. È difficile far capire al genitore che il figlio fa parte di un sistema e a volte gli trasmette solo ansia».

Non ci sono prime donne nel basket e nel gioco di Sarri.

«Nel basket anche il giocatore che ha fatto il tiro da 3 punti, ha avuto quattro persone che gli hanno permesso la giocata».

A lei il calcio piace, lo segue, ma ama la pallacanestro.

«Il basket è il gioco di squadra, si vince anche di un punto e la differenza avviene in un secondo. Al contrario di quanto accade nel calcio, nella pallacanestro alcune squadre che sembrano scarsissime possono vincere all’ultimo secondo mettendoci quel qualcosa in più. Ecco il basket secondo me insegna questo: quel qualcosa in più fa vincere. Diciamo che la pallacanestro ancora può essere considerata un gioco pulito. Tuttavia, qualcosa sta cambiando e purtroppo in peggio. Il fatto stesso che sia stata introdotta la figura del procuratore sin dai bambini “promessa”. Tra l’altro per i più giovani in genere i procuratori sono gli stessi genitori».

Lei allena la Under 14 Elite di Vivibasket, un compito delicato e appassionante, ma come è Massimo Zollo allenatore?

«L’allenatore ideale è colui che riesce a trovare l’algoritmo tra le personalità dei giocatori in un sistema squadra. Ed è quello che cerco di fare. Provo a comprendere il vissuto del ragazzo per prima cosa, poi penso a migliorare la sua tecnica. Per lavorare bene devi conoscere le storie, le famiglie, il loro vissuto».

Ha a che fare con età difficili, sono davvero così cambiati nei rapporti interpersonali i ragazzi, i social li hanno davvero resi asociali?

«Dopo l’attività sportiva si de-stressano ed ho notato che per loro il modo migliore per farlo è avere un contatto mediatico e non fisico. Non è un fatto negativo di per sé, certo poi nello spogliatoio cerchiamo di ricreare il contatto, perché lo sport è contatto. Quello che davvero si è perso nelle nuove generazioni è il senso del leader, nel significato buono del termine. Leader è colui che coglie il giusto momento e lo trasferisce agli altri, senza per questo essere migliore degli altri».

Ci racconti della sua squadra.

«La nostra sede è il Polifunzionale di Soccavo. Quest’anno abbiamo fatto un percorso di crescita “nella testa”. All’inizio c’erano poche regole, alla fine avevamo il rispetto, i tempi e i modi di fare le cose. Ci alleniamo quattro volte a settimana per oltre due ore e mezza. Durante i tornei si gioca anche ogni tre giorni. Tutto questo comporta sacrifici per i ragazzi e per le famiglie. In una città come Napoli, dove ci sono anche difficoltà negli spostamenti da un luogo all’altro, diventa persino impossibile».

A Napoli mancano anche spazi e strutture. Non ultimo lo stadio Collana che resta chiuso.

«Napoli non è la città ideale per lo sport. Non è un caso che con i Charlatans (associazione sportiva dilettantistica di cestisti Over 40, ndr) proviamo a sopperire a queste mancanze. Da un anno a questa parte portiamo avanti il progetto “Un canestro per amico”: in partnership con la Onlus Dare Futuro regaleremo un canestro ad ogni quartiere della città di Napoli e quattro alla città di Pozzuoli, per un totale di 19 canestri. Sono già stati installati playground sul lungomare di Pozzuoli, alla Mostra d’Oltremare, presso la scuola media di Ponticelli».

Una vita dedicata ai giovani. In primis ai bambini ammalati di tumore e di tutte quelle impronunciabili malattie genetiche che dipendono da “difetti” del cervello e del cervelletto. Per loro, Massimo Zollo entra anche in sala operatoria a prelevare le staminali e perde il sonno in laboratorio per studiare e trovare la chiave che farà girare il maledetto interruttore della malattia.

«Le mie ricerche riguardano il medulloblastoma, un tumore in età pediatrica, non facile da affrontare, non facile da discutere. A volte vado anche in sala operatoria per prelevare le staminali. Questa esperienza ha cambiato la mia vita. In ambito universitario sento cose “fuori dal mondo”, cazzate continuamente. Si parla di mediane, organismi, sottocommissioni, senati accademici, riunioni dipartimentali, ma succedono cose che valgono molto di più. Abbiamo perso il senso di quello che vale».

Poi ci sono i suoi allievi, ai quali oltre alle materie nude e crude cerca di insegnare che fare ricerca significa saper fare più tentativi contemporaneamente e poi scegliere, ma soprattutto significa lottare.

«La mia attività è diventata crescere giovani e perderli. I miei allievi ora sono nel mondo. Purtroppo il sistema Italia dice che l’educazione non è importante, la burocrazia prevale e questo mi fa rabbia. Mi capita che devo fare ricerca ma non posso far lavorare la persona che ho scelto per cavilli amministrativi ed economici, mentre un bambino sta morendo. Per non parlare del fatto che devo impiegare gran parte delle mie energie in impegni istituzionali che non servono».

È appena uscita su Cancer Cell una scoperta alla quale ha lavorato.

«Abbiamo definito nuovi gruppi genetici del medulloblastoma (erano conosciuti 4, ora siamo arrivati a 12). Questa ricerca serve per capire dal punto di vista diagnostico che tipo di tumore ha il bambino e per capire la sua prognosi. Su Brain è uscito un lavoro che riguarda la sindrome Peho (Encefalopatia progressiva – atrofia ottica). Stiamo definendo una nuova malattia e il gene responsabile, aprendo la strada a nuovi studi, per molti bambini affetti, per i quali non c’era una diagnosi. Ma sono amareggiato: quanto valgono queste ricerche? Tantissimo. Quanto saranno valorizzate: pochissimo nel sistema Italia».

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