Il ruolo chiave del cimitero in Gomorra: ‘a fine d’o juorno sta tutta ccà

Sarebbe, finalmente, un coraggioso slogan per una campagna elettorale. Insieme da morti, insieme da vivi

Il ruolo chiave del cimitero in Gomorra: ‘a fine d’o juorno sta tutta ccà

Come lo fu il sigaro di Eastwood nei film di Leone, uno dei protagonisti della seconda stagione di Gomorra è il cimitero di Napoli, con i suoi tagli di luce e le sue prospettive. Ed è un merito importante della serie, perché sebbene lo si nasconda spesso nei discorsi istituzionali, la cultura napoletana ha il vero tratto distintivo nel suo modo di discutere la morte. Per pudore o convenienza si preferisce tacerlo, di certo mare e golfo sono più spendibili, ma Napoli è soprattutto la città dei mille cimiteri, tanti e diversi, tra i più grandi e i più antichi d’Europa, custodi delle storie più sotterranee ed umane che le sue mura abbiano conosciuto – racconti di invasioni spietate ed epidemie falcidianti, di poveri numerosissimi e manciate di ricchi.

Una chiave di lettura di una delle puntate della serie è la scritta “Risorgeremo” che troneggia alla sommità della chiesa del Cimitero di Poggioreale. Gigante ma priva di solennità, è il chiodo del dubbio piantato nella terra di mezzo, un po’ Zibaldone di Leopardi un po’ Ciccio Formaggio di Taranto. Chi è a pronunciare quel verbo categorico, i vivi che si rincuorano a vicenda usandolo come talismano o i morti che esalano per testimoniarne ai vivi? Forse un auspicio, forse una certezza o forse un elegante cappello ironico di una comunità, di vivi e morti, che tra loro parlano da secoli attraverso lo humour nero, quello autenticamente caustico – si pensi al nuovo forno crematorio appena inaugurato cui è stato dato nome “Zeus”.

Questa commistione da secoli dà linfa ad un disincanto che si è tenuto sempre irriverente e nobile, come i campisanti napoletani, tutti figli di una prima opera madre di straordinaria visionarietà del grande architetto Ferdinando Fuga, il poco noto Cimitero delle 366 fosse. Concepito nel ‘700 borbonico ai piedi della collina di Poggioreale, doveva finalmente risolvere il problema delle sepolture dei poveri attraverso la costruzione di un numero di fosse pari al numero di giorni in un anno bisestile, così da poter avere inumazioni quotidiane in modo igienico ed ordinato. Costituito il reticolo, una rigorosa successione ciclica cadenzava la sequenza di fosse da utilizzare. Geniale.

L’idea di Fuga nasce da un bisogno concreto e reale, e possiede dunque una intelaiatura razionalistica figlia del miglior Illuminismo napoletano di quegli anni. Ma al contempo, per rispettare i canoni dell’efficienza imposti proprio da quell’Illuminismo, essa genera un cattedrale del surrealismo, un tempio dello sberleffo al sovrannaturale. Nello sforzo di regolare l’aldilà per quanto umanamente possibile, al cospetto di una città di vivi con i suoi vicoli stracolmi si costruiscono le case vuote di una intera città di morti che si andrà popolando, pian piano, con quanto rimane dei vivi. Assieme da vivi, assieme da morti. C’è tutto: l’eleganza di una soluzione asciutta ad un nodo complesso e il coraggio di erigere un monumento alla paura travestita da maschera innocua. Ed un senso ineluttabile ma comunitario della morte che rende questo cimitero – ormai chiuso e cadente – un luogo astratto, né metafisico né materiale, un tipico purgatorio di anime puverelle, che riesce a non fare orrore, a rimanere laico e sostanzialmente lontano da ogni culto, eppure instillare un senso di limite e di pietà. In fin dei conti Napoli ha sempre rispettato la morte ma non ci ha mai creduto veramente.

Dopo il “Risorgeremo” gomorreo, il cimitero delle 366 fosse meriterebbe un tributo. Magari un film di Sorrentino, o forse un libro che DeLillo già ha scritto. Sognando una campagna elettorale, un giorno, in cui si getti finalmente la maschera e si parli di noi con qualche slogan un tantino più coraggioso. Magari: “Napoli – ‘a fine d’o juorno sta tutta ccà“.

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