Andreotti si scagliò contro Umberto D. come oggi De Luca & C. contro Gomorra

Il dibattito sull’opportunità della serie tv ricorda quello sul neroealismo con un attacco, nel 1952, di Giulio Andreotti a Vittorio De Sica

Andreotti si scagliò contro Umberto D. come oggi De Luca & C. contro Gomorra

«Se è vero che il male si può combattere anche mettendone duramente a nudo gli aspetti più crudi è pur vero che se nel mondo si sarà indotti, erroneamente, a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del secolo ventesimo, De Sica avrà reso un pessimo servigio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione».

Corre l’anno 1952 e l’allora trentatreenne Giulio Andreotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Spettacoli, scrive queste frasi all’interno di un suo articolo pubblicato su Libertas, il settimanale della Democrazia Cristiana, attaccando duramente Vittorio De Sica, all’epoca già vincitore di due Oscar per Sciuscià e Ladri di biciclette e certamente l’uomo di cinema italiano (sia attore che regista) più famoso al mondo. Le accuse sono di disfattismo e di scarso spirito patriottico, da cui la famosa frase “i panni sporchi si lavano in famiglia” (che, però, pare non sia mai stata realmente pronunciata da Andreotti, bensì desunta dai suoi comportamenti).

Umberto D. è unanimemente considerato un capolavoro della storia del cinema mondiale, amatissimo da generazioni di cineasti, critici e comuni spettatori. Ma è un film cupissimo, disperato, forse tra i più duri dell’intera stagione del neorealismo italiano. Racconta la storia di un pensionato del Ministero, in atroci difficoltà economiche grazie a una pensione da fame e a un mondo egoista e privo della minima capacità di comprensione e solidarietà. Il protagonista è costretto a mangiare alla mensa dei poveri, si vede cacciato in mezzo alla strada dalla padrona di casa, prova senza successo (perché si vergogna) a chiedere l’elemosina e arriva persino a tentare il suicidio. Intorno a lui, De Sica descrive un’Italia da incubo, profondamente realistica ma comunque mediata attraverso lo sguardo e il punto di vista suo e dello sceneggiatore Cesare Zavattini. Sì, perché nonostante il realismo estremo della messa in scena, non va dimenticato che Umberto D., così come gli altri capolavori neorealisti, non è un documentario sull’Italia di allora, ma una narrazione cinematografica d’autore. Ed è questo autore, in modo ovviamente parziale e comunque personalissimo, a decidere ciò che gli interessa narrare e, soprattutto, come intende narrarlo (il “come” è fondamentale).

«Ho seguito con qualche sensazione di orticaria Gomorra. A me non piace. Non dobbiamo occultare la verità ma non mi piacciono queste operazioni furbesche. Perché tu devi proporre l’immagine della realtà e della realtà campana, di cui fa parte anche la camorra, ma non puoi proporre lavori che, al di là delle intenzioni, oggettivamente rischiano di proporre modelli negativi. […] Viviamo un tempo delicato e ci sono persone che possono ricavare da alcune immagini modelli di comportamento. Non credo che la tv debba fare un’opera pedagogica e sostituirsi alla famiglia, alla scuola, ma ci vuole misura in tutto. Presentiamo le immagini che vogliamo, ma presentiamo tutta la realtà anche con immagini di speranza e modelli positivi. E diciamo, quando parliamo di Gomorra, che il destino di quelli che sembrano personaggi cinematografici nella realtà è fatto di due cose: o la morte o il carcere. Se diciamo anche queste due cose a me va bene presentare tutte le gomorre di questo mondo».

Corre l’anno 2016 e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, a margine di una manifestazione elettorale tenutasi ieri alla Mostra d’Oltremare attacca duramente Gomorra, la serie tv di Sky e Cattleya. Le sue parole sono riprese da tutti i quotidiani in edicola oggi e fanno seguito ai tanti altri attacchi che, fin dall’epoca delle riprese della prima stagione, la serie coordinata artisticamente da Stefano Sollima, ispirata al libro di Roberto Saviano e venduta in mezzo mondo con notevoli riscontri di critica e pubblico ha dovuto subire da parte di esponenti politici, amministratori locali, rappresentanti istituzionali, intellettuali in cerca di visibilità, tutti vittime del medesimo errore nel quale cadde sessantaquattro anni prima Giulio Andreotti: considerare Gomorra – La serie (come all’epoca Umberto D.) una semplice e pura riproduzione documentaria della realtà circostante, invece che un racconto d’autore rispondente, per quanto riguarda Gomorra, anche alle regole storicamente codificate dei generi narrativi, nel caso specifico a quelle di un genere “forte” come il crime.

È il punto di partenza, insomma, a essere sbagliato. Ed è sbagliato per un motivo molto semplice e piuttosto triste e grave: l’Italia, ancora oggi nel 2016, è un Paese semi-analfabeta per quel che concerne l’educazione audiovisiva, nonostante quelli audiovisivi siano oggi i linguaggi quotidianamente più utilizzati dagli essere umani, molto più di quelli scritti. Gli italiani del 2016 sanno quasi tutti leggere e scrivere, con tassi di analfabetismo statisticamente irrilevanti. Purtroppo, invece, la maggior parte della popolazione, anche giovane, non sa leggere né scrivere di fronte agli audiovisivi, con conseguenze gravi quando poi si tratta di decodificare cosa stia realmente cercando di comunicare un testo audiovisivo, sia esso un servizio di telegiornale che fa propaganda mascherata oppure una serie tv che, per pura ignoranza (quando non c’è anche malafede, naturalmente), viene analizzata come se fosse un documentario. Il cinema e gli audiovisivi non fanno parte dei programmi ministeriali (da un po’ di tempo si sta muovendo qualcosa con la recente, peraltro pessima, riforma) e un italiano di cultura media, per assurdo, potrebbe arrivare tranquillamente alla laurea senza mai imbattersi durante l’intero suo corso di studi (dalle elementari all’università) in giganti della cultura italiana e mondiale come Rossellini o Visconti, mentre avrà comunque almeno incontrato Dante o Leopardi.

La questione, dunque, è come sempre culturale. Studiando il cinema e gli audiovisivi sarebbe molto più chiaro a tutti che urlare “Napoli non è solo Gomorra” ha lo stesso valore e peso di “Marte non è solo Mars Attacks!”: cioè quello di una barzelletta. Certo, il racconto di Sollima e compagni è estremamente realistico per quel che riguarda soprattutto le ambientazioni e l’impianto scenografico (e, secondo me, il vero scandalo deriva proprio dall’impatto fortissimo degli ambienti nell’idea di messa in scena). Ma accusare Gomorra – La serie di non raccontare tutta la realtà di Napoli è una cosa talmente ridicola che in un Paese dalla cultura audiovisiva più strutturata sarebbe automaticamente derubricata a semplice boutade.

Se Gomorra fosse un documentario sulle periferie napoletane e sulle guerre di camorra in quei luoghi, allora le accuse di approccio parziale – per esempio, a proposito dell’assenza di forze dell’ordine o personaggi positivi – potrebbero anche essere prese in considerazione, forse (perché andrebbe comunque fatto un ragionamento sullo statuto dell’autore in un documentario, ma il discorso ci porterebbe lontano). Essendo però Gomorra una grande serie tv di genere crime (per me è più un horror mascherato da crime), dal taglio realistico ma comunque appartenente alla categoria della fiction non del documentario, tali accuse non hanno, invece, alcuna ragione d’esistere, perché semplicemente agli autori di questa narrazione finzionale d’ispirazione realistica interessa calarsi nelle profondità più oscure e terribili dell’animo umano, narrando le misere esistenze di esseri umani ridotti a bestie schiave del profitto e di vite umane ridotte a pura merce in nome del profitto a tutti i costi.

Secondo il criterio adottato da troppi osservatori superficiali nei confronti di Gomorra – La serie, dunque, Shakespeare sarebbe bandito dalle biblioteche; Stephen King avrebbe dovuto smettere di scrivere già decenni fa; il municipio di Baltimora avrebbe dovuto denunciare David Simon per ciò che ha raccontato in una serie-capolavoro come The Wire; gli autori di House of Cards oppure Homeland si sarebbero beccati un bel posto d’onore in novelle liste nere per le attività anti-americane (chi ricorda il maccartismo?); Martin Scorsese sarebbe stato costretto a dedicarsi soltanto a film come Kundun o Hugo Cabret. E potrei continuare ancora a lungo…

Prendersela con una serie tv, così come con una qualsiasi rappresentazione artistica della realtà, è semplicemente la facile via per cercarsi un alibi e non guardare in faccia quella stessa realtà. I rischi di emulazione ai quali si riferiscono coloro che puntano il dito contro la serie di Sollima, infatti, derivano anch’essi da un problema culturale, purtroppo ben più profondo rispetto a quello riguardante l’insegnamento degli audiovisivi nelle scuole. Ed è addirittura ovvio che tali rischi potrebbero essere ridotti o persino eliminati sul lungo periodo qualora le istituzioni decidessero davvero di puntare con decisione e con ingenti risorse sulla cultura, sulla formazione, sulle strutture per il tempo libero e l’intrattenimento, sulla proposta di modelli alternativi a quelli criminali in quei quartieri problematici nei quali spesso sono soltanto la povertà e l’ignoranza a far nascere tali rischi di emulazione (comunque opinabili) nei confronti di personaggi come, per esempio, i camorristi di Gomorra – La serie. Che, in ogni caso, tutto sono tranne che caratteri da voler imitare, anche perché – proprio come chiede il governatore De Luca nel suo attacco – fanno quasi sempre una brutta fine, “o la morte o il carcere”.

Ps: Nel numero di questo mese di una bella rivista cinematografica come Nocturno c’è un lungo dossier sulla gloriosa tradizione del crime italiano, pieno di indicibili orrori e di grandi film e serie tv. Ne consiglio la lettura a chi, per vari motivi, fosse interessato ad approfondire l’argomento.

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  1. …tutto vero. E’ anche vero, però, che la stessa componente autorale, lo stesso Saviano, cerca spesso di far passare il prodotto come un documentario, confonde i generi, quasi vittima di quell’analfabetismo che denunci. Ed è forse il più grave limite di Saviano, ancora incerto nel definire la propria dimensione, tra cronista e autore: cita Pasolini e poi – di fronte alle accuse di scarso realismo di alcuni episodi narrati – riporta paginate di articoli di quotidiani a conferma dell’autenticità della notizia. Questa ambiguità, che nel contesto nazionale il prodotto si porta forse volutamente dietro, trovo onestamente insopportabile.

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