È morto Sibilia, il presidente dell’Avellino che premiò Cutolo e lasciò il calcio perché «è finito in mano ai procuratori»

È morto Sibilia, il presidente dell’Avellino che premiò Cutolo e lasciò il calcio perché «è finito in mano ai procuratori»

Antonio Sibilia, per quasi mezzo secolo padrone e presidente dell’Avellino, malato da molti mesi, è morto a Mercogliano, il suo paese natale. Avrebbe compiuto 94 anni il prossimo 4 novembre.

Negli ultimi tempi gli si era appesantito il faccione scuro da uomo delle assolate terre del Sud e gli cascavano un po’ le guance che aveva avuto lisce e abbronzate quando aveva i capelli lisci e neri, pettinati all’indietro e incollati al cranio, e una linea sottile e nera di baffetti. Da giovane poteva somigliare a un attore francese dei film sulla mala. Da vecchio avrebbe potuto recitare nella fiction americana dei “Soprano”, i mafiosi cuore e pistola del New Jersey.

Antonio Sibilia, figlio di un esportatore di frutta secca, ha avuto sempre una figura solida, compatta, dovuta alla mancanza di collo, la testa poderosa attaccata alle spalle robuste, due piccoli occhi scuri e due porri sulle guance. Tra le labbra della grossa bocca, un’eterna sigaretta. Mani grosse e callose di uno che, rimasto orfano di padre, cominciò a lavorare a 13 anni in una famiglia di sei fratelli da mantenere.

Nel dopoguerra, a 27 anni, si prese il soprannome di ‘o mericano perché, trafficando con le truppe statunitensi, si comprò dagli americani due camion e una scavatrice, l’inizio del suo impero di costruzioni. Sulla collina di platani e boschi sopra Avellino rifece un intero paese, Mercogliano, dove era nato il 4 novembre 1920, e realizzò mille vani ad Avellino dopo i disastri del terremoto del 1980.

Entrò nel calcio sulla scia di uno zio, Cosimo Sibilia, che morì in un incidente stradale mentre andava a Salerno per comprare un calciatore, un portiere. Dopo una frequentazione prudente sin dal 1948, Antonio Sibilia divenne il presidente dell’Avellino nell’ottobre del 1970. Ebbe chiari cinque concetti. “Primma ‘o café, poi parlamme”. “Il mio allenatore deve dire sempre sì”. “Chi si innamora di un calciatore non può fare il dirigente”. “Il calciatore è come il camionista. Quando uno sale sul camion, io vedo subito se è bravo o no”. “Le squadre le vedi dai terzini e dall’asse centrale: se funzionano, sei in carrozza”.

Facendo esperienza esclamò: “Come competenza sono il primo in Italia. Ci metto l’intuito, guardando le persone negli occhi”. Precisò: “Non sono un padrino. Sono un dittatore, un grande dittatore”.

Spopolò quando nel 1974 portò l’Avellino in serie B. In quella squadra, che fu definita “l’Inter del Sud”, allenata da Tony Gianmarinaro, c’erano giocatori pittoreschi, dal terzino Codraro, detto “palla di gomma”, all’ex portiere interista Miniussi, al mediano Zucchini, baffo e capelli di rame, a “Frufrù” Palazzese piccola ala frizzante, alla mezzala Pantani toscano con la faccia da pirata, al supremo Bruno Nobili, nato in Venezuela, che aveva un sinistro vellutato.

Sibilia mal sopportava il protagonismo di Gianmarinaro e con lui cominciò la sua guerra contro gli allenatori. Lo cacciò e assunse Oronzo Pugliese, ma poi richiamò Gianmarinaro. I tifosi si sollevarono e Sibilia lasciò la presidenza al costruttore Japicca.

Si ritirò sdegnato a Mercogliano dove costruì uno stadio di 5mila posti e fondò una squadra, l’Irpinia. Sfuggì a un agguato camorristico al casello autostradale di Avellino, 41 proiettili di mitra.

Nel 1978, Japicca portò l’Avellino in serie A. Sibilia fremeva dietro le quinte e riprese la presidenza nel 1981. Era sotto il mirino dei giudici anticamorra che lo condannarono a tre anni di soggiorno obbligato a Trento. Disse: “Sono un uomo d’ordine e vado, ma ho la sciatica e avrei preferito un posto caldo”.

A Trento rimase solo tre giorni. Due anni dopo, al Gallia, l’albergo milanese del calciomercato, stava trattando con i dirigenti del Taranto la comproprietà dell’attaccante Chimenti quando fu chiamato al telefono dal bancone del ricevimento. Era un trucco. Al bancone trovò due agenti in borghese che lo arrestarono. Aveva donato una medaglia d’oro al capoclan Raffaele Cutolo, facendogliela consegnare dal calciatore Juary, perché, disse, era riconoscente al boss che aveva sventato un attentato allo stadio Partenio. Ma l’accusa fu di essere il mandante del tentato omicidio del procuratore avellinese Gagliardi.

Si fece cinque anni fra (poco) carcere e (molti) arresti domiciliari. Fu sospettato per l’attentato al telecronista Luigi Necco gambizzato all’uscita di un ristorante avellinese prima di una partita: Necco aveva riferito in tv della medaglia a Cutolo.

Il processo per l’attentato al procuratore si concluse dopo dieci anni con un’assoluzione per insufficienza di prove. Sibilia chiese 100 milioni di risarcimento: ebbe tre milioni e 800mila lire dalla Corte d’appello di Potenza limitatamente a 59 giorni di “ingiusta detenzione”. Quando tornò al calciomercato, fu accolto da un lungo applauso al Forte Crest di Milano.

Non mollò mai la presa sull’Avellino che rimase in serie A sino al 1988 con presidenti di comodo. La guerra con gli allenatori continuò. Esonerò e richiamò Vinicio due volte. Di Marchesi disse. “È come un medico che non ti fa mai morire, ma neanche star bene”. Spiegò il licenziamento di Marchioro: “Non rimprovera i giocatori. Così nessuno impara mai. A Coverciano insegnano la comunella fra allenatori e giocatori contro i presidenti”.

Dopo sette pareggi strapazzò Papadopulo davanti alle telecamere di una emittente locale: “Sei un pazzo e un uomo di paglia. Ti ho preso fior di giocatori e hai perso sette partite. Perché i pareggi, per me, sono sconfitte”.

Precipitò in serie C, riconquistò la serie B con Boniek, ma lo cacciò perché “proteggeva troppo i giocatori”. Lo sostituì con Orrico dicendo: “È un lusso per l’Avellino, ma Orrico mi permette di staccarmi dalle questioni tecniche”. Il tecnico ricambiò: “Sibilia sembra un uomo del Rinascimento”. Fu licenziato dopo 15 partite e sostituito con Pace.

Ogni anno un allenatore nuovo: Veneranda, Bianchi, Angelillo, Bersellini, Ferrari, Sonetti.

Al calciomercato, una volta, comprò dal Lecce sette giocatori per 150 milioni e li rivendette seduta stante a società minori ricavandone il doppio. Giurò vendetta sul campo del Verona. “Mi hanno fregato con Ipsaro e Valente. Glieli avevo dati e non li vollero più. Ho dovuto svenderli”.

Acquistò il brasiliano Juary, che era stato nel Santos, dalla squadra messicana del Gauadaljara, ala destra artistica; dall’Olympiacos il greco Anastapoulos, “il baffo del Pireo”, che fallì miseramente.

A Beniamino Vignola, il giorno che reclamò un premio salvezza, assestò un memorabile ceffone: “Non vi pago per non retrocedere”. A Tacconi pagava premi doppi, ma glieli riprendeva a poker. Valorizzò e vendette Vignola, Tacconi e Favero alla Juventus per 13 miliardi, De Napoli per 5 miliardi al Napoli.

Avrebbe voluto acquistare Cerezo ed escluse Pecci dai suoi pensieri perché “quello gioca in una stanza, cioè in sedici metri”.

Giocava a carte con l’arbitro Pieri e disse: “Posso andarci anche a letto perché sul campo non mi darà mai un rigore. Con lui ho sempre perso o pareggiato”.

Una volta, gli dissero che bisognava comprare i guanti al portiere. Rispose: “No. O li compriamo a tutti o a nessuno”.

Spiegò così il suo successo nel calcio: “Pago in contanti in un mondo di cambiali”.

Si defilò per l’infarto del 1998, a 78 anni. “Sento come delle martellate nel petto” disse mentre giocava a poker nel suo albergo a Mercogliano.

Cedette l’Avellino nel 2001 per sette miliardi e mezzo. “Non mi diverto più. Il calcio è in mano ai procuratori. Quando si chiamavano mediatori, li cacciammo dal calcio. Ora comandano loro. Contano i loro telefonini che decidono i risultati delle partite. E il pesce puzza dalla testa. Le istituzioni del calcio sono fradice”.

Quando lasciò l’Avellino disse: “Prima la società biancoverde era di mia proprietà, ora alcune mie proprietà sono dell’Avellino”.
Mimmo Carratelli

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