Quando allo stadio Vomero una signora laziale era seduta vicino a noi. Sfottò e nulla più.

Dai ragazzini allo stadio per Napoli-Verona un’ondata di fresca vitalità, tifo appassionato ma gioioso, partecipe ma sereno. Il calcio visto con passione e con un predominante sentimento d’allegria collettiva. Emozioni forti ma racchiuse in pulsioni collettive adeguate e giuste. Nel pomeriggio di un anno lontano, da ragazzino, presi posto nella curva B del Vomero. Napoli contro Lazio. Accanto a me una signora con cappotto e cappellino. “Sei del Napoli?” subito mi chiese. “Eh, certo”, risposi un po’ sorpreso. “Io so’ per la Lazio – mi disse allora – so’ partita da Roma stammattina. Semo pochi ma poi ce faremo sentì, ne so’ sicura…” Lo spettatore più vicino domandò: “È tua madre, tua zia? Tu pure sei romano?” Al mio no piuttosto deciso, cominciò tra la signora capitolina e i tifosi azzurri un duello verbale di previsioni e profezie calcistiche e di scherzosi giudizi perentori sull’esito dell’incontro. La signora (che mi disse: “io so’ Piera, chiamami così…”) si difendeva e attaccava con piglio sempre sorridente. E tutto il gruppo intorno rispondeva con accenti di humor che coinvolgevano il caffè di Roma (“nun ‘o ssanno fa’…”), l’abbacchio (“A nuje nun ce piace…”), la pizza romana (“ma qua’ pizza, è ‘nu mattone…”). Poi in campo si giocò. Gol di Mike, ala destra del Napoli. Pareggio laziale di Macci (la signora Piera a saltare e urlare). Gol vittoria del Napoli con un rasoterra di Amadei che il portiere Sentimenti IV non afferrò. Urla e volti felici oscillavano tra il campo e la signora Piera, seduta e immobile. La rivalità con le squadre della Capitale era, in quel tempo, molto spiccata. Napoletani in carovane a Roma, romanisti o laziali in minor numero in trasferta sotto il Vesuvio. Eppure, incidenti o scontri non avevano mai natura drammatica o pericolosa, tranne eccezioni poco significative. Quel giorno al Vomero nessuno dei vicini trasformò l’entusiasmo in parole bollenti per la signora tifosa. Intanto, in un altro settore dello stadio, un gruppo di laziali sventolava ancora un bandierone bianco-celeste a estremo sostegno della loro squadra. Intorno, i tifosi del Napoli mostravano volti felici e aperti in grandi sorrisi. La gioia non presentava segni di accanimento, era allegra, spiritosa, profonda e leggera. Sulla pista dell’atletica, com’era consuetudine, atterravano tric-trac di medie e più grandi dimensioni. Giochi pericolosi ma gestiti con sapienza balistica. Erano le “batterie” finali della festa sul campo. Saluti, strette di mano. Accompagnai la lady laziale alla stazione della funicolare, la guidai tra la folla. Mi salutò con un sorriso aperto e dolce. “Povera Lazio, ora pro nobis” cantava un coretto di tifosi raggianti. Lei mi salutò ancora con la mano e mi gridò un grazie. Il passato non ritorna. Ma il calcio, per il proprio futuro, ha bisogno urgente di tornare umano. Mimmo Liguoro

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