Quando Sport Sud ci faceva sognare col calciomercato

Quando ero ragazzino e il campionato si fermava, ogni martedì compravo diligentemente Sport Sud, diretto da Guido Prestisimone, che aveva pure un po’ di colore in un’epoca in cui i quotidiani erano rigorosamente in bianco e nero. Pure la tv ci raccontava il mondo nelle infinite sfumature di grigio. Perciò, per quanto la realtà fosse ovviamente a colori, non so per quale scherzo della percezione, la memoria me la restituisce in bianco e nero. Ci sarebbe voluto l’ultimo scorcio degli anni settanta perché il cromatismo, seppur acceso e distorto dei primi apparecchi sul mercato, entrasse prepotentemente nelle case degli italiani. Da lì a qualche anno la gamma dei colori delle merci si sarebbe ampliata a dismisura, finendo per somigliare paradossalmente a quelle tinte sgargianti e catodiche che non erano mai esistite prima in natura.

L’inverno del 1977/78 (sì, i tifosi del pallone ricordano il passato come stagioni calcistiche e io non faccio eccezione) vide l’irruzione di Goldrake, che era proprio un’altra cosa rispetto ai cartoni ai quali noi bambini di quel tempo lontano eravamo abituati. Goldrake Ufo Robot scaraventò la mia generazione nella modernità, con la potenza e la precisione di un calcio assestato nelle nostre nobili seppur giovani terga. In quei primi mesi erano ancora poche le famiglie del mio quartiere che c’avevano la tv a colori, per lo più la fascia alta dei ceti popolari col “posto d’oro”, ovvero l’Atan, l’Acquedotto e gli altri enti che all’epoca componevano la grande galassia del Pubblico. Noi non ce l’avevamo, però andavo sempre a casa di amici del palazzo a guardarla, e se dopo Goldrake non ci fu notte in cui non sognassi colori e telecomando, dopo i mondiali del 1978 in Argentina, il desiderio assunse il tratti dell’ossessione.

La maglia dell’Italia era azzurra, anche se già all’epoca avevo una relazione complicata coi colori. Azzurra, non grigia, come fino a quel momento per me era indubitabilmente stata. Non ricordo con precisione quando avvenne, ma qualche anno dopo anche a casa nostra fece il suo ingresso un gigantesco, per i tempi, Grundig 28 pollici, che aveva addirittura il vano a cassetto per riporvi il telecomando. Prodigi della tecnica che permettevano agevoli galoppate fra le tante tivvù libere che avevano disordinatamente invaso l’etere già a cavallo della metà degli anni settanta. Proprio quegli anni durante i quali io compravo con precisione svizzera Sport Sud all’edicola fuori casa dei miei, sfogliando con messianiche aspettative le pagine che odoravano di inchiostro fresco. Chi avrebbe comprato il Napoli, perché finalmente cadesse ogni timore reverenziale col quale all’epoca pronunciavamo la parola impossibile “scudetto”?

Sport Sud non era il massimo dell’affidabilità. da un certo punto di vista era un po’ il precursore di siti e sitarelli che oggi ogni giorno annunciano improbabili colpi di mercato, senza preoccuparsi nemmeno della coerenza d’insieme di notizie una di fianco all’altra e spesso dal contenuto contrastante. Allora il calciomercato era una cosa seria. O almeno così appariva ai miei occhi di bambino, per il quale si legava inestricabilmente alla fine della scuola, al caldo che già mi risultava insopportabile, e alle lucertole che si arrampicavano sui muri e delle quali spesso ci restava in mano solo la coda. Sport Sud riusciva però a trasformarlo in un’epopea, col Napoli sempre impegnato a combattere da solo l’impari lotta con le grandi del nord, che per noi tutti erano corrotte, ladre e simbolo dell’ingiustizia che non ci permetteva di cogliere le meritate vittorie. Anche se nel 1976 vincemmo la Coppa Italia e furono giorni e giorni di festa. Io avevo dieci anni, leggevo un sacco di libri e a chi me lo chiedeva rispondevo che avrei fatto l’astronomo.

Ricordo le foto a colori di Clerici e di Braglia, ma già sapevo come fosse in realtà la maglia del Napoli, nonostante la tv in bianco e nero, perché mio padre mi portava spesso al San Paolo. Quando comprammo per trecento milioni Roberto Filippi, ala destra del Vicenza che all’epoca si chiamava Lanerossi, appresi la notizia sdraiato a torso nudo a pancia in giù sul pavimento freddo di casa di mia zia, dicendo a me stesso, mentre sfogliavo le monumentali trenta pagine: “E’ l’anno buono”. La stagione successiva fu quella del rifiuto epocale di Paolo Rossi. “Al Napoli non andrò mai”, sembra avesse detto ad alcuni suoi amici e un giornalista lo scrisse. Non gli portò bene, perché prima della rinascita dei Mondiali dell’ottantadue, fu squalificato per lo scandalo scommesse.

Sport Sud le sparava grosse, ma noi lo rispettavamo perché era l’unico giornale veramente nostro, affiancato in parte dal Corriere dello Sport che qui usciva con un’edizione diversa col Napoli in prima pagina, ma io lo sapevo perché lo avevo visto a Roma e con mia grande delusione, del Napoli non parlava nemmeno. Avevo poco meno di diciotto anni quando alla fine di maggio del 1984, in ultima pagina, una piccolo articolo ci informò che stavamo trattando Maradona. Mi limitai a sorridere e a chiudere il giornale. Ormai ero grande e il velo sulle notizie di fantamercato di Sport Sud era definitivamente caduto. Non sapevo che da lì a qualche giorno la cosa sarebbe montata, dando vita al mese di passione più intenso nella storia dei tifosi napoletani. Fino a quel fatidico 30 giugno, quando poco prima di mezzanotte le tv locali, che avevano già assunto un peso preponderante rispetto ai giornali, fecero rimbalzare il messaggio che ripeteva a ritmo continuo: ufficiale, Maradona è del Napoli. A settembre poi compii diciotto anni e me ne andai a Londra, tornando giusto in tempo per godermi quel primo scudetto che secondo i più pessimisti non avremmo vinto mai.

Oggi invece tiene banco l’affaire Cavani: parte, resta, va al Real, Mourinho lo vuole al Chelsea, il Napoli gli offre il rinnovo. Ma è tutto più freddo, meccanico, scontato, nell’epoca del mercato permanente e delle bandiere che durano meno del tempo che ci metti ad affezionarti a un calciatore. Perciò chiudo gli occhi, mi stendo a torso nudo sul pavimento fresco avvolto dalla stessa afa di allora e con la mente sfoglio quelle pagine che odoravano di inchiostro, e sogni, e speranze di una Napoli appena uscita dalla paura del colera. E dico a me stesso: “E’ l’anno buono”. Nella consapevolezza che tra poco inizia un altro campionato e alla fine chi arriva e chi resta è solo un dettaglio. Quello che conta è solo l’amore per una maglia e si fottano i mille Cavani del calcio moderno e i loro procuratori senz’anima. Comunque vada, a noi resta il Napoli.
Rosario Dello Iacovo

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