Ho gioito e chiedo scusa a Falcone

Questi giorni di maggio, io, da 20 anni li odio. Perché nel 1992, tornato dal mare, a 14 anni, sentii sulla mia radio lunga e nera, di cui andavo tanto fiero- aveva due mangiacassette, uno dei due serviva per registrare ed era l’unica cosa di valore che fosse solo mia- che Giovanni Falcone era morto. Spazzato via da una bomba così potente che quella voce sempre sicura di Radio 2 non riusciva a raccontarlo. Quasi che qualche scheggia di quell’orrore fosse arrivata anche su quelle corde vocali perfette che tanto invidiavo. Io la radio, non solo quella lunga e nera, l’ho sempre amata, anche da giornalista. Sognavo di farla, di diventare radiocronista- l’ho fatto e proprio per il mio Napoli, grazie al mitico Ezio Luzzi- e ancora adesso mi emoziono a sentire Repice o Fioravanti, per dire. Ma sto divagando.

Era il 23 maggio del 1992. Ero tornato dal mare e sentii una fitta di dolore e rabbia. Allora avevo tre idoli: Diego Maradona, Ayrton Senna, Giovanni Falcone. Nell’ordine, sì, sono sincero. Maggio me ne avrebbe strappati due: il 23 del 1992 Giovanni, il primo del 1994 quel brasiliano caparbio e malinconico, proprio il giorno in cui il Napoli finì in Coppa Uefa per l’ultima volta prima di Reja, vincendo a Foggia. Grazie a una mezza papera di un portiere pazzo, Franco Mancini, andatosene via a marzo. Quanto l’ho amato, con la nostra maglia.

E’ così, è proprio così, quando la gioia è enorme ti mancano quelli che non ci sono più: avevano ragione i tifosi che dopo il primo scudetto del nostro Napoli davanti al cimitero misero lo striscione “Che vi siete persi”. A me viene sempre in mente, quella frase, quando sono felice: quanto avrebbe riso mio nonno dei miei eccessi di domenica notte, di quell’Olimpica di questa Roma sempre ostile per noi napoletani in trasferta percorsa a tutta velocità con “We are the champions” a tutto volume (un audiocassetta!), con mia sorella Tania e Ferdinando, la “suocera” che si è sorbito tutte le mie analisi tecniche e tattiche dei momenti più bui, le mie speranze, persino le mie rabbiose difese di giocatori e allenatori.

E ora devo chiederti scusa Giovanni Falcone. Perché io il 23 maggio di ogni anno, da allora, sono stato sempre triste. Perché dopo la morte di te e Paolo Borsellino giurai di fare il magistrato antimafia, perché senza di voi il nostro paese è diventato più povero, forse irrimediabilmente: eravate la speranza che fossimo diversi, migliori. Ora lo credo sempre meno. Ero triste perché mi mancate, ero triste perché ora faccio il giornalista con il massimo dell’onestà possibile, ma non sono riuscito a fare quello che v’avevo promesso: semplicemente, non ero alla vostra altezza.

Scusa, Giovanni. Perché io sono ancora irrimediabilmente felice. Al fischio finale, alle 22.58 del 20 maggio 2012, sono crollato piangendo, poi ho cantato e urlato, bevuto e abbracciato, ho anche preso Angelo Valente e l’ho alzato al cielo, neanche fosse una Coppa Italia. Ho percorso quelle strade che feci a piedi il giorno dell’ultimo scudetto della Roma (e della nostra retrocessione), bardato dei nostri colori, fiero come allora. Quel giorno piangevo di rabbia, domenica piangevo e ridevo di gioia. Sempre con mia sorella al fianco. Fiero d’aver sentito Oj vita mia in quello stadio Olimpico che per me vuol dire derby, perché qui da sempre mi chiamano “Napoli” in maniera dispregiativa (non capiscono, invece, che orgoglio sia per me quel soprannome), perché romanisti e laziali godevano negli anni in cui io mangiavo polvere. E lo facevano rumorosamente.

Che gioia folle, pura, meravigliosa. Forse sarà la sofferenza: ma la promozione in serie A a Genova e questa coppa mi hanno fatto esplodere più degli scudetti. Forse perché lì sapevo che eravamo i più forti (e infatti ricordo con più emozione la UEFA, una cavalcata storica con squadre che sembravano lontanissime e fortissime, dal Paok con i suoi tifosi selvaggi al mitico Bayern, passando per la solita Juve), forse, invece, perché gioire dopo aver sofferto troppo è più bello.

Non so se si aprirà un ciclo. Non so se Aurelio capirà che ora dobbiamo dare l’accelerata decisiva per sognare e se vorrà premere quel pedale. O se potrà. Non mi interessa, perché domenica non ci restava che piangere. Di gioia. Le mie lacrime, quelle di Morgan, quelle del tifoso che mi era una fila sopra, quelle del Pocho, le sento tutte addosso. Come il Capitano: mentre tutti erano attorno alla coppa e saltavano scomposti, lui, in disparte, si metteva le mani in testa, incredulo. Lui, napoletano come noi, forse sussurrava le stesse parole che Tania mi diceva all’orecchio mentre esultava per il gol di Hamsik. “Dimmi che è vero”. E poi vederlo alzare quel trofeo, pensare alla coccarda sulla maglia il prossimo anno, Cavani che corre felice, Zuniga che dribbla gli invasori. Vedere un gruppo vero che ha saputo battere tutti e darmi un anno unico (Manchester, Chelsea, Villareal, Milano, strappare l’imbattibilità alla Juventus di Conte). Non riesco a descrivervi la mia gioia, immutata ancora oggi. Non riesco a capire Ilaria Puglia, anche se il suo pezzo è scritto così bene che fai fatica a darle torto. Vincere è un muscolo: cominci con qualche chilo sul bilanciere, poi metti più pesi. E poi io la Coppa Italia l’ho sempre amata: sognavo di vincerla in B, quando proprio Paolino segnò alla Juve in rovesciata. Sognavo allora di ripetere il miracolo di Pesaola di 50 anni fa. Dietro di noi non c’è Moratti, Berlusconi, Agnelli. Noi siamo una piccola grande squadra che sta provando a sovvertire regole e gerarchie.

Ecco, vincere allora con Maradona era meraviglioso perché tu sapevi che nessun altro tifoso avrebbe avuto quello che hai avuto tu: il migliore della storia con la tuaa maglia, il più grande che ha amato te e la tua squadra senza se e senza ma. Ora c’è una squadra che inanella imprese, che sa sempre stupirti. Che sa vincere: e noi da 22 anni non sapevamo neanche più com’era la sensazione di portare a casa qualcosa (io esultavo anche per i tornei estivi, tanto ero in astinenza: ricordo un triangolare squallido a Trieste vinto per differenza reti, o quelli recenti contro West Ham e Mallorca). Persino la coppa italia di C perdemmo in finale.

Non te ne andare Pocho, perché ora comincia il bello.

Non riesco a dimenticare un secondo di questo 20 maggio, non riesco a smorzare questa gioia, né voglio. Non passa. Giro con sciarpa e maglietta, anche al lavoro. Sorrido senza motivo. Ogni tanto canto “E’ per te, è per te, è per te” o “Oj vita mia”. E racconto a tutti un pezzo di quella notte che solo mia sorella, con cui ho (con)diviso gioie e dolori di questi anni, può capire completamente.

Fummo promossi in A a giugno, a maggio finimmo “solo” in Champions (meraviglioso ma, onestamente, è comunque un piazzamento). E allora scusa Giovanni se oggi sarò meno triste del solito e se maggio tornerà il mese bello che era prima che ti uccidessero, quei bastardi.

Questa Coppa Italia mi ricorda che tutto è possibile. Un po’ come me lo ricordi te. E anche se parliamo di sacro e profano, io oggi ti ricorderò col sorriso. E magari più tardi ti racconto qualcosa di quel sud che ha battuto il Nord e litigo con te su quei fischi all’inno: li avresti odiati, perché lo Stato che non ti ha protetto e che ti ha ferito quasi quanto quella bomba lo amavi comunque. Ma lui non ti ha mai meritato. Io li ho capiti, invece. E li difendo. Perché uno solo era indegno di stare in quello stadio e rappresentare l’Italia, in quel momento, e non era nella parte Nord dell’Olimpico. Ma siedeva nella tribuna autorità e si dichiarava “sconvolto”. Un uomo il cui cognome descrive bene il mio sentimento per lui e ciò che ha fatto nella vita. Perché questo paese ci volta le spalle da sempre.

Ciao Giovanni e scusa. Ma ora torno a vedermi la partita, azione per azione.

E mi godo a pieno i festeggiamenti, a partire dalla cena che offrirò al gruppo storico che soffre da mesi con me: Dario e Carlo (che hanno tifato da Istanbul), Daniele (che ci ha provato fino alla fine a venire e che c’era, comunque), Domenico (nomade per lavoro come me, ma che ha alzato la coppa con noi) e Alessandro (quanto ci serviva questa gioia, fratello, per crederci ancora?).

Mi godo questa gioia totalmente anche perché ho una piccolissima storia da raccontarvi. Dovete sapere che qualche mese fa c’era un carro che era vuoto, su cui ero solo. Erano scesi tutti e gridavano “Aurelio caccia i soldi”, “Mazzarri vattene”, “andate a lavorare”. Quel giorno quel carro si era fermato a Siena, per la precisione. Pochi giorni dopo, se non ricordo male, scrissi il mio primo pezzo sul Napolista. Ora su quel carro sono saliti tutti, per stare accanto ai vincitori. Io no, sono sceso. A festeggiare in strada.

Grazie Napoli, grazie ragazzi, grazie Aurelio, Walter e Pocho (tiferò per te, se e ovunque andrai: ma vattene lontano se puoi, perché non voglio soffrire guardandoti giocare in Italia): nomino voi tre solo perché ne avete sopportate più di altri. Grazie a tutti i ragazzi. Tutti. E grazie Gianluca Grava: quelle braccia alzate mentre usciva Quagliarella, a incitarci…. non dico altro. Ti voglio bene, Gravatar.
Boris Sollazzo

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