Zoff, il contadino che diventò Nembo Kid

Invecchiamo, stiamo invecchiando. Fra un ricordo di Sallustro e l’ultimo gol di Lavezzi, i campionati al Vomero, le stagioni appassionanti con Sivori e Altafini, il Napoli furente di Vinicio e i sette anni d’oro con il pibe. Accidenti come è passato il tempo, direbbe Totò.

Vinicio spegne 80 candeline e Dino Zoff, nella sua casa romana, ne spegne 70. Stesso giorno, il 28 di febbraio. Il vecchio, brontolone friulano, quanti ricordi! Il portierone mai spettacolare, ma essenziale, campione del mondo a 40 anni dopo avere inchiodato sulla linea di porta il colpo di testa del brasiliano Oscar aprendo la strada, oltre che con i gol di Pablito, alla finale di Madrid sotto la pipa di Pertini e davanti al viso ancora più scavato dall’emozione di Enzo Bearzot, l’altro friulano, artefice di un campionato memorabile con la squadra azzurra più bella.

Dino Zoff dei cinque anni napoletani, dal 1967 al 1972, 143 presenze di cui 141 di fila mentre invecchiavano in panchina Pacifico Cuman, un pel di carota di Varese di sette anni più anziano di Zoff, e Marcello Trevisan, un vicentino di Pontecchio, alto appena 1,73, che riuscì a giocare sette partite perché finalmente il Dinosauro s’era fermato per un infortunio. Capitò a metà marzo del 1972 quando, in allenamento, Zoff mise il piede in una buca. Frattura del perone, 40 giorni di gesso.

Goriziano di Mariano del Friuli, classe 1942, Zoff era costato al Mantova 30 milioni nel 1963 dopo che aveva giocato due anni a Udine. Quattro anni dopo il Napoli lo prese dal Mantova per 120 milioni dando anche il portiere Bandoni. Lo prese allo scadere della mezzanotte, il termine della campagna-acquisti giunta all’ultimo giorno, soffiandolo al Milan che aveva offerto 100 milioni, affare concluso sulla parola.

Alberto Giovannini, direttore del “Roma”, il giornale di Lauro, era presente al “Gallia”, l’albergo milanese delle contrattazioni calcistiche. Spiazzando il Comandante che tergiversava sull’acquisto, Giovannini in combutta con Pesaola si finse un dirigente del Napoli e fece perentoriamente l’offerta, venti milioni più di quanto offriva il Milan, che convinse il Mantova.

Zoff debuttò al “San Paolo” in un’amichevole contro l’Independiente con parate prodigiose. Fu battezzato “Nembo Kid”. «Che esagerazione» commentò. Serio, silenzioso, con due grandi mani, diceva: «Sono un uomo dei campi, sono un contadino, parlo poco. Da ragazzo mi sono già sentito un uomo di mezza età».

Da ragazzo aveva aiutato il padre Mario a governare una campagna e cinque mucche. Il suo idolo era il portiere inglese Gordon Banks. La sua virtù era il piazzamento. Non concedeva mai voli da spettacolo per i fotografi. Nel campionato 1970-71 rimase imbattuto dalla prima giornata per 590 minuti: sei partite più 50 minuti a San Siro quando prese gol dall’interista Jair. Nelle 143 gare di campionato col Napoli incassò 110 gol con un solo rovescio memorabile: sei reti prese a Vicenza nel 1971.

Fu ceduto alla Juventus per 320 milioni più Carmignani. Il Napoli doveva fare cassa. Alla Juve cedette anche Altafini. Il brontolone e il centravanti allegro furono i protagonisti della vittoria della Juve sul Napoli (2-1) che stroncò la corsa-scudetto degli azzurri allenati da Vinicio. Zoff negò a Juliano il gol del raddoppio napoletano. Josè “core ‘ngrato” siglò il successo bianconero. Entrò a un quarto d’ora dalla fine sostituendo Damiani e su un calcio d’angolo segnò la rete decisiva quando mancavano due minuti alla conclusione della partita. Era il 6 aprile 1975.

Andai a trovarlo a Torino proprio alla vigilia di quel match. La moglie Anna aveva nostalgia di Napoli, della bella casa in via Petrarca spalancata sull’azzurro del golfo. Dino mi chiese degli amici napoletani. Gli dissi: «Ne hai ottantamila, di chi vuoi sapere?». «E’ vero, mi volevano tutti bene» commentò col suo vocione. E aggiunse: «Mi sarebbe piaciuto restare a Napoli. Non ho fatto nulla per passare alla Juve. Hanno fatto tutto gli altri».

A Napoli si allenava fino a sera. Non voleva mai lasciare il campo. Aveva bisogno di lavorare tanto per due motivi. Uno era perché il fisico non lo tradisse mai (gli piacevano i dolci). L’altro motivo era che il suo vero mestiere era la fatica.

Mi diceva: «Con le mani che ho, se non avessi fatto il portiere di calcio, avrei fatto il contadino». Si raccontava con pudore. «Avrei potuto fare anche il motorista. Mi piaceva e le mani erano buone per farlo. I motori mi sono sempre piaciuti e mi sono sempre piaciute le mani sporche di grasso che frugano nei cuori delle macchine. Ho lavorato in una officina, a Mariano, il mio paese. Lavoravo per trentamila lire al mese, per il resto mi buttavo nel calcio. Mangiavo più mele che il resto. Non c’era tanto da scialare a quei tempi. Mio padre fa il contadino e non ha smesso mai di lavorare. Ora ha un figlio che sta bene e che guadagna nel calcio, ma lui continua a lavorare e, invece, potrebbe riposarsi, staccare un po’».

Leggeva Sgorlon e Tomizza, gli scrittori veneti. E tutto quello che si concedeva era un bicchiere del Merlot, un vino che faceva il padre. Lo beveva perché era un vino buono e perché dentro c’era la fatica di suo padre. Ho sempre creduto che, quando beveva il suo Merlot, Dino vedeva il volto del padre nel bicchiere. E, così, i due si sorridevano.

Mimmo Carratelli

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