Quello strano istinto di mandare tutto in vacca

Molti degli amici Napolisti sanno, per conoscenza personale, che ho trascorso più di un quarto della mia vita lontano dai luoghi natali. Esperienza comune a molti, direte; alcuni per esigenze, altri per ambizione, hanno provato a realizzare i propri progetti di vita (o di sopravvivenza) nei posti che a tali bisogni dessero una risposta concreta. In ognuno di queste persone resta intatto il senso di appartenenza ai luoghi aviti ed  una domanda a cui non riescono a dare una risposta definitiva: ma perché dovevo venire fin qua a realizzare il mio progetto di vita?
Fra quelli che ho conosciuto questa domanda è consuetudine. Le risposte sono le più svariate, tutte parzialmente valide: la camorra, la mala politica, le banche del Nord predatrici, il destino. Tutto vero, tutte condivisibili. Ma parziali.
Io credo che la costante della nostra storia, come popolo, sia quello dell’autodistruzione. Siamo assolutamente dei fenomeni a creare fenomeni forieri di interesse e sviluppo, ma poi ce ne disinteressiamo, li facciamo appassire. Potrei fare milioni di esempi, in tutti i campi.
Nella politica la “primavera di Napoli” nella prima sindacatura Bassolino: grandi speranze di rinascita, clima culturale tendente al bello, ma poi tutto si affloscia come un soufflé riuscito male.  Taccio invece degli entusiasmi su Giggino: alcuni sono passati dall’esperienza collaborativa dalle scope per spazzare a quelle per picchiarlo.
Nell’economia le nostre imprese vivono spesso il tempo delle farfalle e alcune si fermano alla bellissima crisalide, vittime della loro miopia e della incapacità di mettersi in gioco. Molte delle idee e delle aziende più belle nascono qui da noi. E’ scontato ricordare che la più parte delle aziende agro-alimentare, della produzione di pasta, hanno visto i natali e in alcuni casi i fasti in terre a noi vicine, ma per incapacità o per scelte di breve periodo o sono rimaste piccolissime o state inglobate da altre e più grandi realtà italiane e straniere. Ma molte delle aziende della new economy e del terziario avanzato  hanno scontato la stessa trafila.
Ma perché tutta questa noiosissima premessa? Perché, a mio parere, descrive perfettamente ciò che sta succedendo all’amatissimo Napoli! La proprietà è ripartita dal nulla fino a creare un giocattolo vincente e di qualità, ma si sta impegnando allo stremo per buttarlo in merda, nella migliore tradizione locale. Vi evito la bellissima cronistoria sportiva  che ha portato la squadra da Lanciano al terzo inaspettato  posto in campionato di seria A, tutti ricordano e sanno meglio di me.  Parlo invece delle reazioni della società e della guida tecnica al raggiungimento di questa tappa importantissima. Si incominciò la programmazione con il possibile esonero dell’allenatore e da quel momento è iniziato lo sfaldamento proprietà-tecnico. Si è poi giunti al giardino delle delizie del potenziamento dell’organico per affrontare degnamente la stagione a venire. Ebbene, da buon emulo della locale imprenditoria, il proprietario dell’azienda Napoli ha effettuato scelte che non impattassero sul conto economico dell’esercizio in corso,ma che non hanno rafforzato neanche il patrimonio tecnico. Faccio senza a dire che se un parametro ostativo all’ingaggio di un calciatore è lo stipendio richiesto, ebbene puoi lavorare come squadra rivelazione/sorpresa non come big player. Senza entrare necessariamente nel tecnico, le decisioni di comprare Britos anziché Criscito, Dzemaili anziché Vidal, Donadel e non Pirlo, hanno fortemente compromesso la capacità della società di competere a tutti i livelli e di mantenersi a livelli reddituali alti. Ed aiuta ricordare che i ricavi delle società di calcio sono simbioticamente legati ai risultati sportivi conseguiti.
La scelta di mantenere bassi i costi (e in particolare gli stipendi) unito agli alti ricavi che derivano dall’exploit dell’anno scorso hanno garantito il risultato economico sull’anno. Ma c’è qualcuno che può giurare che lo sarà anche negli anni a venire? C’è qualcuno che può asserire che i nostri calciatori migliori si accontenteranno di giocare in Europa League invece che in Champions, come meriterebbero?

Se a questa situazione di malcontento si sommano le perle di comportamento del proprietario (vai alla voce esternazioni a schiovere ed insulti, prezzi degli eventi fuori portata di una “città di merda dove niente funziona e l’azienda Napoli è l’eccezione”), beh si comprende il pessimismo di una tifoseria e di una città che inizia ad aver paura che la favola del Napoli si trasformi nell’ennesimo incubo.

E’ assolutamente fuori discussione il fatto che spero vivamente di sbagliarmi. Forza Napoli, sempre.
Antonio Coppola

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