La telefonata di Giosuè, emigrante “tradito”

La telefonata ha prodotto il suo squillo verso la mezzanotte. Ancora pochi minuti e una brutta domenica se ne sarebbe uscita dal calendario. A riprenderla per i capelli è proprio quello squillo, preludio stizzito a una richiesta di aiuto psicologico. Chi parla? È la voce di un vecchio amico dal nome biblico: Giosuè. E da dove arriva la sua voce tremante? Da Genova, la città della Lanterna che aveva spento la luce delle speranze azzurre di vittoria , qualche ora prima. Ehi,Giosuè, da quando non ci sentiamo, che succede?’’. Per tutta risposta, lui dà inizio a una geremiade, uno sfogo da adulto-bambino, un pianto represso, una incredula amarezza. Il 3 a 2 dei rossoblu sul Napoli vissuto come uno sfregio del destino, uno scherzo di cattivo gusto. Lui, compagno di tante partite viste al san Paolo in anni passati, salito a Genova per lavorare e ricordarsi ogni giorno di Napoli attraverso le vicende del calcio, si è sentito abbandonato. Al telefono, fonde ricordi e immagini della memoria con le sequenze delle fasi di gioco che hanno sancito la supremazia genoana. Mi chiede perché la difesa azzurra sia stata tanto perforabile, perché il centrocampo abbia dato l’idea del vuoto, salvo Gargano. E perché, perché, perché… Pensavo a un suo desiderio di parlare di sé, del suo lavoro, della sua realtà di vita. E mi accorgo che tutto questo c’è, ma in trasparenza. Come se in una performance in teatro la scena dipinta sul fondale fosse altra cosa rispetto alle parole dell’attore. Sul fondo, la vita vissuta. Nelle parole l’eco vibrante dei sentimenti lasciati, delle amicizie perdute, del tempo sfumato. Per tanti napoletani al nord l’integrazione ha avuto un esito felice. Per altri meno. Per tutti resta, al fondo dell’animo, un legame di straordinaria forza, di invincibile suggestione, di incancellabile appartenenza a una terra. E il Napoli rappresenta, di questo stato d’animo, il simbolo e lo scrigno. Il Napoli, dunque, va oltre il foot ball. Per questo, inesorabilmente, è oltre il tifo consueto per larga parte del suo seguito. Per questo Giosuè mi ha salutato dopo avermi detto: “scusa se piango, non so che mi succede…’’. Mimmo Liguoro
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