La guerriglia e i bambini, rabbia e commozione

Ha vinto la protervia belluina di un gruppo di mentecatti delinquenti ?
Ha vinto la fredda professionalità delle forze dell’ordine che hanno controllato una situazione esplosiva ? Queste le prime due domande che ci si pone assistendo a scene come quelle viste ieri allo stadio di Genova. E forse semplicemente abbiamo perso tutti.
Ci si interroga anche in  continuazione sul perché proprio gli stadi siano il principale teatro di fenomeni di guerriglia.
La risposta a mio avviso non è difficile. Nel mondo della comunicazione globale la violenza quadristica non ha senso se non è comunicata al più ampio pubblico possibile. Ed il calcio è un grande palcoscenico. Sul quale si svolge uno spettacolo le cui immagini fanno il giro del mondo. Perciò tutto un variopinto  mondo di emarginati – delle più disparate estrazioni- scelgono gli stadi per dare libero sfogo ad una irrefrenabile esigenza di violenza.
La violenza ha poi bisogno del nemico-simbolo. Ed allo stadio il nemico-simbolo è facile da trovare . Così come è mutevole. Può essere indifferentemente il tifoso della squadra avversaria. L’arbitro. La propria squadra se perde. Il poliziotto.
Si tratta insomma di  fenomeni che hanno radici tutte esterne al mondo del calcio. Il quale mondo è invece soltanto il terminale di un malessere sociale dai contorni schizofrenici.
Per tutto ciò non è facile individuare i rimedi. Si parla molto di prevenzione. E certamente qualcosa si sta facendo in questa direzione. Ma anche la prevenzione ha i suoi limiti. Specie se  deve fare i conti con decine di migliaia di persone. E con strutture spesso fatiscenti.
Il  mondo globale tende a ridurre barriere e controlli. A facilitare e velocizzare gli spostamenti. E proprio per questo suo modo di essere è particolarmente fragile e vulnerabile. Come dimostra il fenomeno del terrorismo. Prevenzione e controlli mal si conciliano con rapidità e facilità di spostamenti.
Si parla anche molto di moderare i toni da parte di tutti gli attori coinvolti nel circo del calcio. Calciatori, dirigenti, giornalisti, tifosi sani di mente… Di non caricare una semplice partita di pallone di troppi significati fuorvianti. Pensiamo al linguaggio da stadio. Ripugnante. Devi morire, devi morire…buh…buh… Ma siamo seri. Anche queste espressioni di cretinismo vanno combattute. Ma bastano a spiegare perché uno si muove da Belgrado e va  a Genova armato di coltello e bombe carta? No. Purtroppo no.
E nessuno ha la soluzione in tasca. Purtroppo.
Chiudo confessando un’emozione. Che mia ha dato una inquadratura. Che mi è rimasta impressa.  E mi ha commosso. Guardando la tv ieri sera. Ed è l’inquadratura dei volti dei bambini. Che erano tanti. Italiani e serbi. Non capivano quello che accadeva. Né perché accadeva. Nei loro sguardi il senso di una delusione profonda ed una domanda innocente: ma perché non si gioca? È del tutto incomprensibile il motivo per cui debbano soffrire anche i bambini.( Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov)
di Guido Trombetti

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