Ode al Pibe, stella
di un mondiale sbiadito

Telecamere mondiali puntate sul “gordo” di Villa Fiorito, l’ex pelusa alle soglie dei cinquant’anni, non più giocoliere del prato verde, pibe e nino de oro, ma commissario tecnico dell’Argentina, contro tutto e contro tutti, come al suo solito.
Privato, per la decenza invocata dalle figlie, della comoda ma inelegante tuta di lavoro e impacchettato in un vestito grigio-perla da prima comunione tardiva, camicia e cravatta bianche, e così trattenuto vistosamente nella sua debordante abbondanza, Diego Armando Maradona resta l’attrattiva di questo Mondiale per il folgorante passato di grandissimo, anzi unico e inimitabile campione del football, e grande peccatore, per il suo ambizioso e giocondo presente e per il futuro sempre imperscrutabile.
Ai bordi dei campi sudafricani, maneggiando un rosario, facendosi ripetutamente il segno della croce, ricacciando in campo il pallone con i tocchi delle passate delizie del piede mancino, sbuffando e correndo, il figlio molto cresciuto di papà Chitoro e di mamma Tota è senza dubbio il più vistoso degli allenatori mondiali, il più smanioso e il più barbuto, il più ardente dei sognatori: vincere un campionato del mondo da tecnico dopo averne vinto e stregato uno da giocatore, ventiquattro anni fa, quando infilò, da piccolo e imprendibile scoiattolo, l’intera difesa dell’Inghilterra e poi quella del Belgio e, contro gli inglesi, sollevò l’indimenticabile mano de Dios per punire non solo il portiere Shilton ma l’intero impero britannico per la questione delle Malvinas.
Quella sua faccia da scugnizzo che fece innamorare Napoli nei sette anni irripetibili del soggiorno fra la casa di Posillipo, il campo di Soccavo e lo stadio di Fuorigrotta, naufragati nella polvere bianca e in un proditorio controllo antidoping, è ora un bel faccione immenso, le gote piene da Eolo, la fronte oppressa da una parrucca naturale di abbondanti e compatti capelli neri, la barbetta bianca e i baffi spioventi alla Gengis Khan, il look di un florido fazendero. Sfuggito due volte alla morte, quando le crisi del suo cuore lo portarono davanti al Barba senza consegnarglielo, risorto da night incandescenti, riscattatosi dalla dolce nemica delle notti bianche, svincolatosi da un arresto umiliante e scampato ad altre persecuzioni insopportabili, il pibe di tutte le cadute e di tutte le rivincite è là, a Johannesburg, per l’ultimo trionfo se mai il Barba, più di Messi e Higuain, lo assisterà ancora.
Bacia i suoi giocatori con effusioni straordinarie, ma, attenzione, dice che la sua passione sono ancora e sempre le mujeres e, in Sudafrica, c’è Veronica, l’ultima “fiamma” bionda, a confermarlo, anche se una volta l’ex moglie Claudia osservò maliziosamente che il pibe aveva baciato sulla bocca quel biondone di Caniggia, amico del cuore e del gol. Come se il pibe, amico di Fidel Castro e nemico di Pelè, non possa consentirsi tutto a questo mondo dove lui è stato mandato per stupire, scandalizzare, giocare ed essere unico nella buona e nella cattiva sorte.
Si è preso forti critiche per non avere portato al Mondiale il vecchio ma irriducibile Zanetti preferendo avere una difesa di incerti capelloni, da Demichelis a Gutierrez, che non valgono, sommandoli, una metà del giocatore dell’Inter, e di avere lasciato a casa un altro interista, Esteban Cambiasso, motore e cervello della squadra milanese, per affidarsi al vecchio Veron, 35 anni, faro di centrocampo, piede saggio però lento. E trattiene in panchina Diego Milito, il fulmine dell’Inter, dando spazio al più giovane ma legnoso Higuain che, però, col cielo amico del pibe, fa tre gol in una volta. Insomma, finora ha ragione l’artista indimenticabile delle “rabone”, persino col genero Sergio Aguero, 22 anni, che alla prima apparizione ha dato una bella scossa all’Argentina ed è tutt’altro che l’ultimo favorito di un malinteso nepotismo. Aguero l’ha fatto nonno ed ora dovrà farlo campione del mondo sulla panchina della nazionale.
Le cose, in Sudafrica, vanno proprio bene e Diego bacia tutti, scuotendo il gruppo con le sue intrusioni a pancia piena, le braccia troppo corte per circondarli tutti, e gli fa il solletico con la barba e li illumina con i due orecchini di brillantini splendenti. Ed ora aspetta che Lionel Messi, il minuto bambino prodigio che lo sovrasta però di quattro centimetri, vada fino in fondo ai suoi dribbling elettrici per piazzare le “palombelle” dei gol graziosi e portare l’Argentina alla sfida finale e alla conquista della Coppa. Perché saranno decisive le meraviglie della “pulce” del Barcellona per consentire alla mano de Dios di alzare al cielo la Coppa, mentre, per il momento niente male, Diego dice “Siamo una squadra implacabile”. E continua a farsi il segno della croce, fino a sette volte di seguito, velocemente, come s’è visto alla fine della partita contro la Corea del Sud.
L’avventura continua e l’11 luglio è là che aspetta quando tutti i giochi saranno fatti e ci sarà un vincitore più forte di tutti i concorrenti, delle vuvuzelas e del freddo intenso dell’inverno sudafricano. Là, sul podio finale, Diego Armando Maradona vuole piazzare il suo faccione di vecchio ragazzo pingue e per un giorno tornerà scugnizzo, senza più i riccioli allegri e la faccia sfrontata dei tempi napoletani, perché il tempo è passato, ma certamente la faccia di un leader, il Che del football, che dovrà reggere a un’emozione troppo grande, se il Barba vuole.
Mimmo Carratelli

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