Il Telegraph distrugge lo spot di Fabrizio Romano per l’Arabia Saudita: “Un brutto giorno per il giornalismo”
"Non che i giornalisti sportivi siano tutti Woodward e Bernstein. Non sappiamo quanto lo abbiano pagato, ma lui lo sa chi è Khashoggi? Ecco, quando sentiamo "Arabia Saudita" e "giornalista" nella stessa frase, pensiamo subito a Jamal Khashoggi".

Ci eravamo persi questo video di Fabrizio Romano che celebra i progressi “caritatevoli” dell’Arabia Saudita.
Global Humanitarian Role of Saudi Arabia @KSRelief_EN #ad pic.twitter.com/GcmHu7LEUj
— Fabrizio Romano (@FabrizioRomano) March 3, 2026
Se l’era perso anche il Telegraph. Che però l’ha recuperato, l’ha ascoltato e ha fatto a pezzi (metaforicamente, loro) l’esperto di calciomercato.
“Riassumendo – scrive il Telegraph – il King Salman Humanitarian Aid & Relief Centre ha dimostrato il “ruolo umanitario leader” dell’Arabia Saudita, tra cui la rimozione delle mine antiuomo, iniziative per fornire impianti cocleari e protesi, e ha aiutato l’Arabia Saudita a raggiungere l’impressionante secondo posto a livello mondiale per gli aiuti umanitari. Sappiamo tutto questo grazie a un giornalista di calcio. Fabrizio Romano, 33 anni, che è il giocatore di maggior successo in uno sport che minaccia di superare il calcio in popolarità: la copertura del calciomercato. Con 27 milioni di follower su X, 43 milioni su Instagram e altri 50 milioni tra TikTok e Facebook, l’italiano è senza dubbio il giornalista di calcio più in vista del momento”.
Al Telegraph questo post su commissione, si presuppone pagato tantissimo, non è piaciuto (eufemismo). Lo giudicano “forzato e privo di contesto”, con Romano “che leggeva diligentemente i risultati del King Salman Humanitarian Aid & Relief Centrecentro”. “L’incarico di ambasciatore saudita per gli aiuti umanitari rappresenta un sorprendente cambiamento nella carriera di Romano che si è fatto un nome come cronista di calciomercato”.
Il giornale inglese sospetta che questa “volontà di promuovere le organizzazioni saudite abbia migliorato il suo accesso, in particolare al club di Ronaldo, l’Al-Nassr, uno dei quattro club di proprietà maggioritaria del Fondo di Investimento Pubblico del Paese”. Non a caso, è stato Romano a smentire la falsa notizia secondo cui CR7 avesse abbandonato l’Arabia Saudita.
Ma più in generale: “La situazione dello sport moderno lascia spesso un sapore amaro, ma vedere Romano diffondere docilmente le buone notizie sull’Arabia Saudita è stata una giornata particolarmente cupa per il giornalismo calcistico”. E poi ricorda le svariate nefandezze in termini di diritti umani dell’Arabia Saudita e attacca ancora: “C’è la sfacciata volgarità di tutto ciò, l’implicita dimostrazione di forza nell’acquistare spazio televisivo da un uomo con un pubblico più vasto della maggior parte dei giornali”.
Il Telegraph sa che in generale i giornalisti non se la passano bene (qui l’eufemismo è tanto) in Arabia Saudita e il loro rapporto “commerciale” con le notizie e con chi le fornisce non è sempre limpido, anzi. “Contrariamente a quanto si possa pensare, i giornalisti in questo paese non sono così pii come in altri paesi del mondo. Negli Stati Uniti, in particolare, si parla molto della nobiltà della professione, con una retorica auto-rassicurante sulla sua importanza, mentre i tradizionali modelli di guadagno appassiscono e muoiono. Questo ha una certa giustificazione se si svolge un lavoro investigativo impegnativo o si chiedono costantemente conto a persone e organismi potenti. Alcuni che lavorano nello sport coprono senza dubbio storie di simile importanza, ma c’è anche il riconoscimento che gran parte della nostra produzione non è certo Woodward e Bernstein”.
“Molti giornalisti di calcio lottano con l’equilibrio tra il mantenimento dei rapporti con club, allenatori e agenti, e la divulgazione di notizie che non vogliono divulgare, o la fornitura di commenti su questioni complesse. Ma c’è almeno un utile baluardo nell’organizzazione tradizionale dei giornalisti che lavorano per gli editori. Una facciata, quantomeno, di separazione tra motivazioni di profitto”.
“Ora, i giornalisti con un pubblico delle dimensioni di quello di Romano hanno canali indipendenti e non hanno bisogno di un editore, se non di social media moderatamente. Romano ha il diritto di decidere autonomamente quali spot mandare in onda. Apparentemente, la considerazione è una sola, e riguarda l’importo del compenso. Ma perdonate chi sente “Arabia Saudita” e “giornalista” nella stessa frase e pensa subito a Jamal Khashoggi“.











