Audero: “Dopo il petardo ho sentito un senso di vuoto. Ho pensato: perché sono in campo? Perché sto giocando?”
Alla Gazzetta: "Dentro di me non sentivo la volontà di abbandonare. Vorrei incontrare l'autore del gesto e chiedergli: perché?"

Db Cremona 01/02/2026 - campionato di calcio Serie A / Cremonese-Inter / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Emil Audero
Emil Audero, balzato agli onori delle cronache per il petardo (piovuto dal settore interista) che l’ha stordito durante Cremonese-Inter, ha raccontato alla Gazzetta dello Sport cosa ha provato in quei momenti.
Le parole di Audero
Ci racconti quei momenti. Fumogeni e petardi già prima. Non sembrava un pomeriggio tranquillo.
“Sì, già nel riscaldamento. Ma sono cose che succedono a cui non ho dato peso. In genere sono bengala che non esplodono. Sembrava tutto sotto controllo. Durante la partita ero concentrato, poi giro la testa e vedo quella roba per terra vicino a me. Io non sono un esperto e solo per caso mi sposto seguendo lo svolgimento dell’azione con lo sguardo. Stavo comunque richiamando l’attenzione dell’arbitro, ho fatto pochi passi e poi quel botto tremendo”.
E poi?
“Un boato, come si mi avessero tirato una martellata all’orecchio, facevo fatica a sentire. Nella gamba destra vedo un taglio, il calzoncino stracciato, e sento un bruciore fortissimo. Non mi fossi spostato, poteva veramente finire molto male”.
Però ha deciso di rimanere in campo.
“L’adrenalina innanzitutto. Ma lo fai anche perché sei in campo, capisci la situazione e non vuoi che finisca in quel modo. Dentro di me non sentivo la volontà di abbandonare. Sospendere la partita per un episodio del genere non mi andava giù. Sapevo di potercela fare. Anche se poi è successo qualcosa”.
Prego.
“Non mi era mai successo in carriera. Nel secondo tempo ho avvertito un senso di vuoto. La ferita al ginocchio mi faceva male, ma il problema era dentro di me. Un senso di delusione profondo e poca voglia di giocare. Ero in campo, stavo facendo il mio lavoro che amo da morire. Ma intanto i mei pensieri andavano al luogo dello scoppio. Poco più in là e chissà… la mano, il braccio, o anche peggio. Ho pensato: perché sono in campo? Perché sto giocando? La testa e i pensieri giravano a mille. È stata una sensazione bruttissima”.
A chi ha lanciato quel petardo, o bomba carta, cosa vorrebbe dire?
“Gli vorrei chiedere: perché? Qual è il tuo scopo: supportare la tua squadra o fare casino? Perché hai deciso di fare male agli altri e a te stesso? Spiegami il senso di tutto questo…”.







