Vale la pena giocare 126 partite di Champions per eliminare forse solo il Napoli? (Guardian)
"La prima fase è un inutile riempitivo. I club inglesi dominano. Poi nella fase cruciale magari non vincono perché si stancano in Premier, mentre le altre big in patria non hanno avversarie"

Ni Napoli 14/01/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Parma / foto Nicola Ianuale/iImage Sport nella foto: Scott McTominay
“E’ così che funziona il calcio moderno: un lunghissimo schiarimento della voce prima che inizi la vera partita”. A Jonathan Wilson il format di questa Champions espansa proprio non va giù. L’editorialista del Guardian nota che tutta la prima montagna di partite sta producendo il proverbiale topolino: “se sia valsa la pena di giocare 126 partite per arrivare al lieve rischio di una possibile eliminazione del Napoli o del Club Brugge, o all’emozione discutibile di scoprire se il Tottenham o l’Atalanta dovranno affrontare i playoff, è discutibile”.
Per Wilson “il fatto che la ricompensa per essere arrivati tra i primi otto sia quella di non dover giocare altre due partite è di per sé significativo, un’ammissione che c’è troppo calcio e che dover giocare un paio di partite in più è ormai considerato non più un modo per aumentare le entrate, ma un’imposizione”.
“Con l’espansione e la proliferazione dei tornei, la stanchezza è diventata un fattore determinante. E probabilmente spiega perché le squadre della Premier League siano così dominanti in questa fase della Champions League, pur vincendola relativamente raramente”.
“In una certa misura, ovviamente, questo è vero da almeno 20 anni, una reminiscenza della fine degli anni ’70 e dell’inizio degli anni ’80, ma con l’avvento della Gran Bretagna dei lanci lunghi, con l’allontanamento del calcio inglese dal paradigma di Guardiola, questo fenomeno è diventato particolarmente evidente. Poiché i club della Premier League, in massa, sono molto più ricchi del resto d’Europa, possono acquistare i migliori giocatori per il loro modello di gioco preferito. Ecco perché, in vista di questo ultimo turno di partite, ci sono sei squadre di Premier League tra le prime 11, con solo il Manchester City fuori dalle prime otto”.
E allora perché se sono così dominanti poi i club inglesi hanno vinto solo tre delle ultime 10 Champions? “Un indizio è forse offerto dall’esperienza dei club italiani negli anni ’90, quando la Serie A era il campionato dominante in Europa. La situazione era leggermente diversa in quanto, fatta eccezione per i campioni d’Europa, i campionati erano limitati a una sola partecipante fino al 1996-97, ma tra il 1992 e il 1998 c’era una squadra italiana in finale ogni stagione. Solo due di loro hanno vinto. In parte, ovviamente, questa è la natura delle competizioni a eliminazione diretta. C’è un certo grado di casualità. Ma forse era anche vero che, in vista della finale di maggio, la squadra italiana era stancata dalle fatiche della stagione di Serie A, come, per esempio, l’Ajax o il Borussia Dortmund non lo erano stati da una stagione in Eredivisie o in Bundesliga. Questo è il problema che i club inglesi devono affrontare ora”.
“Quando si giocano i quarti di finale ad aprile, le squadre della Premier League sono esauste dopo una stagione passata a giocare contro altre squadre della Premier League. Questo le rende vulnerabili alle migliori squadre del resto d’Europa. Real Madrid, Barcellona, Bayern e Paris Saint-Germain sono in grado di competere finanziariamente con le migliori squadre della Premier League e, alla fine della Champions League, hanno un significativo vantaggio di freschezza”.
Per Wilson insomma tutto ciò “non fa che sottolineare l’inutilità di questa fase della Champions League. Finché una squadra passa il turno, la fase a gironi conta ben poco. Tutto questo è essenzialmente un riempitivo, in attesa di arrivare alla vera sfida tra i giganti europei e le squadre inglesi esauste nei quarti di finale”.











