Torniamo alla Villa Comunale, i calciatori si formavano così

Oggi nessuno più gioca per strada e si vede. Il talento nasceva lì, senza gabbie, schemi cervellotici o counselor da Bar Sport: partite e sudate infinite, col Super Santos.

Villa Comunale

Paris Saint-Germain's French midfielder #24 Senny Mayulu goes for a header with Bayern Munich's German midfielder #06 Joshua Kimmich during the UEFA Champions League semi-final first leg football match between Paris Saint-Germain (PSG) and Bayern Munich at the Parc des Princes in Paris on April 28, 2026. (Photo by Anne-Christine POUJOULAT / AFP)

Ai miei tempi non era la Villa Comunale – nel paese dove sono cresciuto non ce n’era una così grande – ma la piazza principale. Interminabili partite a chi arrivava prima a 10, qualche volta tollerate altre no da chi abitava nelle vicinanze e dai vigili urbani (dipendeva dalla quantità di palloni che finivano sui vetri delle case). Il paragone utilizzato da Massimiliano Gallo per descrivere lo show Champions Psg-Bayern non è vilipendio. Anzi. Forse il calcio italiano dovrebbe ripartire proprio dalle partite stile “Villa comunale”.

Sempre ritornando alla mia adolescenza, insieme ai ciottoli della piazza c’era la terra battuta del campionato provinciale giovanissimi, che vincemmo grazie a uno di noi che poi avrebbe fatto capolino anche in serie A, allenato da Carlo Mazzone: Claudio D’Onofrio (carriera spezzata da un bruttissimo infortunio). Dalla strada agli sgangherati stadi anni 80-90 del Napoletano poco cambiava: palla a lui e due su tre era gol.

Il talento non era ingabbiato

Il talento era nato lì, senza gabbie, schemi cervellotici o counselor da Bar Sport: partite e sudate infinite, con un Super Santos o con pallone pezzato di cuoio poco importava. Bastava correre e divertirsi, innamorati di un pallone. Un po’ lo spirito alla base del docufilm “The game city” trasmesso da Sky (anche se lì il confine tra un sistema economico parallelo al calcio delle copertine e la passione è molto più labile).

Certo, il mondo è cambiato, nel mio paese nessuno più gioca a pallone in strada (c’è un posto dove succede ancora? Forse giusto in qualche piazza di Napoli). Ma per rivedere qualche nostro talento incantare in una semifinale Champions basterebbe riportare quella spensieratezza, quel gusto di giocare a calcio per il gusto di giocare a calcio nelle migliaia di piccole società sportive sparse per l’Italia, troppo spesso diventate batterie per l’allevamento di potenziali milionari. Il talento per crescere ha bisogno della libertà dell’errore, non di tatticismi a buon mercato all’età di 10 anni.

Van Persie ha fatto esordire un 2010

Questo non significa, per tornare alla provocazione della “Villa comunale”, rinunciare a quella identità italiana a cui fa riferimento Carletto Ancelotti in una recente intervista. Il calcio italiano oltre ai Totti, ai Del Piero, ai Paolo Rossi, Bruno Conti, Gigi Riva, ha sfornato anche i Cannavaro, Cabrini, Scirea, Facchetti. Difesa arcigna (come si diceva un tempo) e libero talento in mezzo al campo: il calcio è fondamentalmente questo.

Tre giorni fa il Feyenoord di Van Persie ha fatto esordire un classe 2010 in Eredivisie. Nelle stesse ore al Franchi di Firenze il pubblico ha protestato perché Vanoli non ha fatto giocare – nonostante l’assenza di Kean e Piccoli – il 19enne Riccardo Braschi, preferendogli Gudmundsson in un ruolo non suo. Questa è la differenza tra un calcio che vuole crescere e uno fermo al “si è sempre fatto così”. E allora perché non tornare alla “Villa comunale”?

Napoletano emigrante, giornalista nato e cresciuto in provincia inseguendo notizie e palloni.

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