Pogba e la provocazione di Conte: Mi chiese: “Pensi di poter giocare qui?”. E io: “Sì”
Pogba racconta al podcast di Rio Ferdinand del colloquio segreto avuto con Conte prima di firmare per la Juventus

Mg Torino 27/08/2023 - campionato di calcio serie A / Juventus-Bologna / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Paul Pogba
Paul Pogba riemerge ogni volta da un posto diverso. Dopo la squalifica per doping, il ritorno al Monaco, gli infortuni a ripetizione e un allenatore che ha dovuto ammettere pubblicamente che non è più il giocatore della Juventus o del Manchester United, stavolta riemerge dal podcast di Rio Ferdinand. E parla di quello che per lui resta il momento più alto: la Juventus. E soprattutto Antonio Conte.
Il retroscena che racconta è di quelli che restano. “La Juventus aveva appena vinto il campionato e prima di firmare l’ho incontrato segretamente. Il modo in cui mi ha parlato è stato pazzesco. Mi ha messo a centrocampo con Asamoah, Vidal, Marchisio. Mi ha chiesto: “Pensi di poter giocare qui?”. E io: “Sì”. Lui mi ha detto che era tutto”. Niente discorsi motivazionali di un’ora, niente slide, niente promesse: una domanda, una risposta, affare fatto. Chi conosce Conte riconosce il metodo.
Lo spogliatoio della Juve e la finale col Barcellona
Pogba racconta uno spogliatoio che lo ha segnato: “Lo spogliatoio della Juve era pazzesco. Mi ricordo che durante la finale di Champions League contro il Barcellona ho pensato: questa squadra è incredibile”. Con i bianconeri ha totalizzato 190 presenze, 34 gol e 40 assist, praticamente tutti nella prima parte della sua avventura, dal 2012 al 2016. I numeri di un centrocampista di livello mondiale. Numeri che non ha più ritrovato.
“Mi sentivo molto a mio agio alla Juve. Quando sbagliavo, Pirlo e Chiellini mi dicevano di non preoccuparmi e di stare nella mia zona. Ho imparato a stare al mio posto, a fare gli scatti giusti”. Una scuola di posizionamento e mentalità che gli ha dato il centrocampo italiano più forte di quegli anni. Poi, dopo quattro stagioni, la decisione di tornare a Manchester. E la spiegazione che suona come un rimpianto mascherato: “Avevamo una grande squadra. Arrivò Zlatan e anche Mkhitaryan. Insomma, avevamo una squadra davvero forte. Ma in una squadra ci sono 11 giocatori, e sono sicuro che avrei dovuto fare di più, anche se non so se avrei potuto farlo”.
Dal centrocampo di Conte al doping: la parabola di un talento incompiuto
C’è qualcosa di malinconico nel sentire Pogba parlare della Juve al passato remoto. Il giocatore che Conte aveva trasformato in uno dei migliori centrocampisti d’Europa è lo stesso che è finito nelle mani di un guru della longevità senza laurea in medicina, è stato squalificato per doping, ha scatenato polemiche per un premio ricevuto subito dopo la squalifica e oggi si ritrova al Monaco a fare i conti con un corpo che non risponde più.
Eppure il talento, quello, non si discute. Lo conferma la chiusura dell’intervista, dedicata a Bruno Fernandes: “Se fosse al City, finirebbe tra i primi tre in lizza per il Pallone d’Oro. E magari lo vince”. Un giudizio lucido, da uno che di centrocampo ne capisce, anche se il suo l’ha attraversato troppo in fretta.
La parabola di Pogba è quella di un giocatore che ha avuto tutto — il fisico, il talento, lo spogliatoio giusto, l’allenatore giusto — e che da un certo punto in poi ha cominciato a perdere pezzi. Prima le scelte sbagliate, poi gli infortuni, poi il doping. Resta quel centrocampo con Vidal, Marchisio e Pirlo come il punto più alto di una carriera che avrebbe potuto essere molto di più.