Gli scacchi sono ormai lo sport del sospetto: il vibratore anale di Niemann ha cambiato tutto
Ora che anche Netflix ci ha fatto un documentario, il Guardian recupera tutte le storiacce degli scacchi sempre più selvaggi

Iranian chess champion Sara Khadem poses for a photograph playing chess in the south of Spain on February 14, 2023. Khadem presented herself without veil at a chess tournament, in solidarity with the mass protests gripping her homeland over a woman's death in custody. A risky decision that forced her into exile in Spain in order not to be arrested. CRISTINA QUICLER / AFP
Cominciamo dall’inizio, perché l’inizio sarebbe già perfetto così. Philadelphia, 1993. Si presenta a un torneo internazionale di scacchi un uomo senza ranking, con finte treccine, cuffie alle orecchie e qualcosa che vibra nei pantaloni. Si fa chiamare John von Neumann, come il padre della teoria dei giochi, nel caso in cui il livello di autoironia non fosse già abbastanza alto. Pareggia con un grande maestro islandese. Al quarto turno perde per tempo scaduto dopo nove mosse, pur avendo due ore a disposizione. Poi, quando gli organizzatori gli chiedono di risolvere un semplice puzzle scacchistico, sparisce. Per sempre.
Von Neumann pare fosse in realtà John “The Duke” Wayne, ex marine, complice di un matematico di nome Rob Reitzen. Lo schema era artigianale ma visionario: mosse trasmesse con interruttori nascosti nelle scarpe, risposta del computer inviata via cicalino all’inguine. Il problema, come spesso accade con le grandi idee, era l’esecuzione: ricezione discontinua, calcoli lentissimi, un grande maestro che pensava di trovarsi davanti a un drogato. “Non capiva niente di calcio”, disse Ólafsson. La rivista “Inside Chess” gli dedicò la prima pagina e lanciò un avvertimento profetico: “Se i computer dovessero diventare abbastanza potenti da essere di reale aiuto ai migliori giocatori, allora attenzione!”. Era il 1993.
Trent’anni dopo, eccoci. Siamo al caso Hans Niemann, il giovane americano accusato di aver barato contro Magnus Carlsen alla Coppa Sinquefield del 2022, presumibilmente usando un vibratore anale. Carlsen si ritirò dal torneo pubblicando una gif di Mourinho. Le sue perle anali divennero un meme globale. Netflix ora ha messo in streaming un documentario su queste storiacce da scacchi, ne parla anche il Guardian togliendo dall’equazione la parte violenta.
Non emergono rivelazioni sconvolgenti dal documentario. Ne emerge invece un ritratto fedele di come le istituzioni crollino quando i soldi arrivano troppo velocemente e le regole non tengono il passo. Chess.com sapeva da anni che Niemann aveva barato online da adolescente, per esempio. Lo tenne per sé. Poi, quando il padre di Carlsen (Henrik, non Magnus) li contattò dopo la sconfitta del figlio, la posizione dell’azienda cambiò improvvisamente. Nel frattempo la piattaforma era passata da uno a sei milioni di utenti giornalieri e si avvicinava a una valutazione miliardaria. “Le perle anali ci hanno portato grandi benefici”, ammette ridendo il co-fondatore Erik Allebest. Difficile immaginare una frase più rivelatrice pronunciata da un amministratore delegato.
Niemann, poi, è un personaggino niente male: insulta gli avversari, distrugge camere d’albergo. “Non sono una brava persona”, dice. È stato scagionato dall’accusa specifica di aver barato contro Carlsen. Ma il punto non è se Niemann abbia barato o meno in quella partita. Il punto è che nessuno può saperlo con certezza, e questa incertezza è il vero danno sistemico. Il Guardian ricorda che oggi gli scacchi sono un mondo fatto anche di metal detector ai tornei, di software antitrucco imperfetti, di grandi maestri che si chiedono se l’avversario abbia trovato quella mossa con la testa o con il telefono. E di altre cosine carine.
Dal cicalino all’inguine di John Wayne al vibratore immaginario di Niemann, la parabola è quella di uno sport che ha guadagnato milioni di nuovi appassionati durante il Covid, ha trovato nella serie La regina degli scacchi il suo momento culturale, e ora deve fare i conti con il fatto che la tecnologia che ha democratizzato il gioco è la stessa che ne minaccia l’integrità.