Nel calcio il razzismo è solo un problema reputazionale, una macchia sul proprio modello di business (Guardian)

"Delle vittime non importa a nessuno. È uno sport che considera il razzismo solo un inconveniente, una distrazione dalle cose serie"

mourinho razzismo

Real Madrid's French forward #10 Kylian Mbappe talks with SL Benfica's Portuguese head coach Jose Mourinho after Real Madrid's Brazilian forward #07 Vinicius Junior (back) listened racists insults during the UEFA Champions League knockout round play-off first leg football match between SL Benfica and Real Madrid CF at Estadio da Luz in Lisbon on February 17, 2026. (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP)

Nell’immediato del fattaccio, tutta la stampa sportiva europea era saltata metaforicamente al collo di Mourinho, per le sue dichiarazioni un po’ negazioniste dopo le offese razziste a Vinicius. Tra i vari editoriali a supporto ce n’è uno, di Jonathan Liew sul Guardian, che rende molto bene quanto il fenomeno sia intrinseco al calcio e perché.

“Uno stadio dove gioca Vinícius, succede sempre qualcosa”, ha detto Mourinho dopo la sconfitta per 1-0 del Benfica contro il Real Madrid. “E ricordate – scrive Liew – quest’uomo è un maestro della comunicazione, giusto? Un uomo che sceglie le parole con incredibile precisione e una brillante mente strategica, giusto? Ecco perché è uno “da botteghino”. Ecco perché, un decennio dopo essere stato oggettivamente bravo, così tanti lo vogliono di nuovo in Premier League”.

Ma ovviamente Mourinho è il sintomo, non il virus”.

Intanto perché finora “l’unica persona ad aver ricevuto una punizione tangibile e significativa per gli eventi successivi al gol della vittoria di Vinícius è lo stesso Vinícius, ammonito per l’esuberanza della sua esultanza”.

Viviamo in un mondo in cui “gli immigrati sono continuamente costretti a giustificare la propria esistenza, a difendere la propria presenza da una narrazione dominante che cerca di presentarli come fastidiosi disturbatori”.

“Qui mi interessa meno la falsa divisione tra “razzisti” e “non razzisti”, una divisione che in ogni caso mira principalmente a legittimare qualsiasi altra cosa che non riesca a vietare il comportamento razzista, piuttosto che a vietare il razzismo. Ma alcune delle reazioni immediate agli abusi di Vinícius mi sono sembrate rivelatrici in modi tristemente familiari. Non razziste, ma. Non a giustificare ciò che è stato detto, ma. E in definitiva, che peccato dover parlare di questo, invece che di cose che contano davvero”.

Liew chiarisce: Esiste una particolare corrente nel discorso calcistico che tende a considerare il razzismo un rischio per la reputazione piuttosto che una realtà vissuta. Che la vera ingiustizia non sia tanto l’insulto quanto l’accusa. Che le vere vittime non siano i giocatori che lo subiscono, ma le istituzioni costrette a negarlo e gli osservatori neutrali costretti a parlarne. Come se la risposta corretta agli abusi fosse la moderazione strategica. Come se la semplice dignità umana fosse subordinata al decoro”.

“Nel frattempo, le persone che non hanno problemi a collegare piccole aggressioni personali a forze culturali più ampie quando si tratta, ad esempio, di furti di telefono o adescamento sessuale, rimangono stranamente restie all’idea che la tolleranza di singoli episodi possa estendersi a una tendenza sociale più ampia. Lasciamo la parola alla giuria della Uefa, che invariabilmente concluderà che si è trattato della parola di un giocatore contro un altro. Chiediamo a Grok se si è trattato di razzismo”.

“Questo è ciò che accomuna i commenti di Mourinho, Ratcliffe e Clattenburg, così come le numerose critiche a giocatori di colore come Jude Bellingham e Marcus Rashford: l’insistenza sulle vittime perfette.

In definitiva, si chiede l’editorialista del Guardian: “È uno sport realmente impegnato a sradicare il razzismo o lo considera solo un inconveniente, una distrazione, una macchia sul proprio modello di business?”

Correlate