Samu López (il Vagnozzi di Alcaraz): “E’ bello arrivare al top solo col lavoro, senza essere stati superstar”
Al Mundo: "Carlos sta maturando, è cresciuto nella disciplina ma ora vuole dire la sua. Io sono qui per questo"

Spain's Carlos Alcaraz hits a return to Australia's Alex De Minaur during their men's singles quarter-final match on day ten of the Australian Open tennis tournament in Melbourne on January 27, 2026. (Photo by WILLIAM WEST / AFP) / -- IMAGE RESTRICTED TO EDITORIAL USE - STRICTLY NO COMMERCIAL USE --
Samu López sta a Carlos Alcaraz come Vagnozzi sta a Sinner: è, con ritardo, lo stesso percorso da allenatore sconosciuto ai più che prende in mano le redini della preparazione del numero 1 al mondo. Dopo Ferrero lui. Un po’, appunto, come quando Sinner lasciò Piatti restando con Vagnozzi (quando però non era già all’apice della carriera). E insomma: nonostante le voci di un possibile – chissà quando – riavvicinamento tra Alcaraz e Ferrero, López racconta al Mundo come funziona il suo ruolo. Lui è l’uomo calmo, quello senza “nome”. Prima di Alcaraz ha allenato Nicolás Almagro e Pablo Carreño, ma il grande pubblico non lo conosceva mica.
“Questo è un gioco, le nostre vite non dipendono da questo”, dice. “Non è la stessa cosa quando Zidane allena il Real Madrid rispetto a quando lo fa un allenatore di giovani. Un grande ex giocatore è più apprezzato di un allenatore sconosciuto. A mio parere, questo ha vantaggi e svantaggi. Non ho mai giocato una finale Slam, ma lavoro nel tour da molti anni, imparando da tutti e impegnandomi per essere uno dei migliori”.
La rivincita dei gregari, tipo. “Questa è una delle mie più grandi soddisfazioni. Me lo diceva un amico l’altro giorno. Apprezzo il fatto che si possa arrivare al top con il duro lavoro, senza essere mai stati una superstar. Ho scalato tutti i livelli del tennis, dal minitennis ai dilettanti, e ora sono qui, al top. Sono sempre stato molto appassionato, ho tracciato la mia strada e la fortuna mi ha sorriso. Ci sono allenatori che sanno molto, ma non hanno mai un’opportunità come questa”.
Racconta che prima di accettare ci ha anche pensato un po’: “Ho dovuto pensarci bene, questo è certo. Ho moglie e due figli e, prima di tutto, ho parlato con loro per capire se ne valesse la pena. Ora dovrò viaggiare ancora per molte settimane; questo è il cambiamento principale. Ma è molto raro che un’opportunità come questa si presenti per un coach relativamente sconosciuto. Viaggiare con Carlos, con chi è Carlos, con l’influenza che ha Carlos, è qualcosa che forse non mi sarebbe mai più stato offerto. Non è cambiato nulla. Avevamo già pianificato tutto, lo facevamo insieme, e io ho seguito il piano, aggiungendo qualche dettaglio. Per me, non è cambiato nulla. Forse ho più responsabilità, ma per il resto, praticamente nulla. Per Carlos, il cambiamento è che sto cercando di coinvolgerlo di più”.
“Carlos sta maturando. Fin da piccoli, i tennisti vengono cresciuti con disciplina: viene detto loro cosa fare e loro lo fanno, senza fare domande. Ma arriva un momento in cui vogliono partecipare al processo di apprendimento, incorporare i propri pensieri. E Carlos è in quella fase. Ora la comunicazione è bidirezionale: lui esprime la sua opinione, ne discutiamo e raggiungiamo un accordo”.
“Mi piace comunicare con il giocatore usando parole o frasi che solo lui capisce, perché derivano dall’allenamento o dal tempo trascorso insieme. È il mio modo di dare istruzioni, in modo leggero, minimizzandone l’importanza. Alla fine, questa è una partita; le nostre vite non dipendono da questo. Vogliamo tutti che Carlos vinca, e Carlos vuole vincere, ma se non vince, non è la fine del mondo“.









