Marchetti: «Dovevo andare a Napoli al posto di Meret, con Cellino ho subito un mobbing camuffato»
Alla Gazzetta: «A Cagliari dissi che stavo male, non fui capito. La fede mi ha aiutato a uscire dalla depressione. Blessin al Genoa ti umiliava, odiava gli italiani».

Db Milano 31/01/2017 - Coppa Italia / Inter-Lazio / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Federico Marchetti
L’ex portiere Federico Marchetti è riuscito a sconfiggere la depressione grazie alla fede e ha raccontato i suoi momenti più bui in carriera in un’intervista alla Gazzetta dello Sport.
L’intervista a Marchetti
La fede ha fatto sempre parte della sua vita…
«Potrei farle tanti esempi in cui mi ha salvato, ma gliene voglio citare uno. Quando avevo vent’anni, ero in macchina con due compagni di squadra e un tir invase la nostra corsia. Ho visto la morte in faccia. Poi c’è stato come un bagliore e ci siamo salvati… È stato un intervento divino. Eravamo in mezzo alle fiamme, ma illesi».
Dieci anni dopo, poi, lei ha dovuto affrontare un periodo difficile. Anche lì la fede fu importante per uscirne?
«Fondamentale, altroché. Ero depresso, non ho vergogna nel dirlo. Avevo smarrito me stesso, non riuscivo nemmeno più a tuffarmi tra i pali».
È vero che si rifiutò di scendere in campo?
«Stavo male, non ero nello stato mentale adatto per scendere in campo. Lo dissi al preparatore dei portieri. “Non me la sento”. Non fu capito. Giocavo a Cagliari e la società insabbiò tutto: venne solamente comunicato che ero infortunato. In realtà avrei avuto bisogno di sostegno, non di essere lasciato solo. La depressione è una malattia, va trattata con serietà. Con Cellino ho subìto un mobbing camuffato. Mi allenavo con la prima squadra, ma non venivo mai convocato. Tornavo dal Mondiale in Sudafrica, in cui ho fatto pure due presenze, e mi fu addossata la colpa di aver detto che mi sarebbe piaciuto giocare la Champions. Tutto qui. Da lì è iniziata una guerra senza fine. Pensi che in tribunale mi presentai con un vestito viola per far innervosire Cellino: aveva gli occhi sbarrati».
Anche nella Lazio, dopo tante stagioni positive, perse il posto e finì fuori rosa. È stata anche un po’ colpa sua?
«Mah, sinceramente no. Roma è una piazza complicata, fai un errore e ti mettono in croce. Ricordo i commenti: “Mo’ questo si deprime di nuovo”. Poi c’erano voci su di me che uscivo la sera e avevo vizi particolari: tutte bugie. Ma capisco che uno che fa uso di cocaina faccia fare più click di un depresso».
Nel 2018 finisce al Genoa. Fu un errore?
«Pensi, dovevo andare a Napoli al posto di Meret. Invece vado al Genoa e non gioco mai. Una gestione ridicola da parte di personaggi rivedibili. Blessin? Il peggior allenatore mai visto. Ci trattava di m***a e ci umiliava in continuazione, anche singolarmente. Prendeva i giocatori e li insultava. Odiava gli italiani. Calafiori lo massacrava, gli diceva che era un “italian bastard”. Soffriva me, Criscito e Behrami. Infatti, non è un caso che Pandev scelse di accettare il Parma in Serie B pur di scappare».
Anche senza giocare in una grande è riuscito però a essere convocato in pianta stabile in Nazionale:
«Sì, devo solo ringraziare Lippi, Prandelli e Conte per la fiducia. Certo, va detto che per molti ero sempre “quello del Cagliari”. Anche dopo il Mondiale la critica fu quella di giocare in una squadra minore. Fossi stato il portiere del Milan sarebbe stata un’altra storia».











