La non-sentenza sembra dire che si può dire tutto su un campo da calcio purché non si venga visti né sentiti, dall’altro evita che un giocatore approfitti del precedente per accusare un collega, incolpevole fino a prova contraria, distruggendone la carriera.

Claudio Savelli sulle pagine di Libero analizza la sentenza arrivata ieri dal giudice sportivo che ha assolto Acerbi per le offese razziste a Juan Jesus nel corso di Inter-Napoli. Savelli spiega che le indagini le ha condotte Chinè e Mastrandrea doveva solo pronunciarsi sulla base di queste
“Uno scandalo? A livello giuridico, no. C’è stata un’inchiesta da parte del procuratore federale Giuseppe Chiné che ha ascoltato sia Acerbi sia Juan Jesus, ha scritto un fascicolo e lo ha trasmesso al giudice sportivo Mastrandrea. Quest’ultimo era chiamato a pronunciarsi a seconda di quanto scritto dalla procura federale, non a condurre l’indagine: passaggio fondamentale per comprendere la sentenza. Se l’indagine non porta prove, il giudice non può fare altro che lasciare andare perché in nessun ordinamento giuridico esiste la presunzione di colpevolezza, nemmeno in quello sportivo. Di più: nel diritto sportivo non serve la certezza del reato “oltre ogni ragionevole dubbio” come richiesto dal codice penale, ma è comunque necessario un livello di sicurezza “superiore alla semplice valutazione di probabilità”. Evidentemente si è rimasti nel campo delle probabilità, di una parola contro l’altra, e delle idee che ognuno si è fatto in merito. Ma il giudice non può giudicare secondo un’idea”.
La sentenza Acerbi-Juan Jesus
Analizzando la sentenza Savelli arriva a una conclusione
“Da un lato la non-sentenza sembra dire che si può dire tutto su un campo da calcio purché non si venga visti né sentiti, dall’altro evita che un giocatore approfitti del precedente per accusare un collega, incolpevole fino a prova contraria, distruggendone la carriera. Resta un fatto: la vicenda è nata male ed è stata gestita peggio”.